9 NOVEMBRE 1989: TRA LIBERTÀ E CONSAPEVOLEZZA

Ventotto anni. Ventotto anni di divisione, di isolamento. Ventotto anni durante i quali la cinta muraria che divideva in due la città di Berlino è diventata simbolo di un mondo spaccato a metà. Ci troviamo alla fine della Seconda guerra mondiale, la capitale tedesca diviene l’emblema di una realtà divisa in due blocchi: i regimi comunisti a Est, i paesi democratici a Ovest.
È esattamente la notte tra il 12 e il 13 agosto del 1961 quando ha inizio la costruzione dello spartiacque più famoso della storia: vengono interrotte la metropolitana in superficie e quella sotterranea, compaiono improvvisamente filo spinato, cemento armato e torri di controllo. Da questo momento, gli spostamenti ad Ovest vengono regolati accuratamente attraverso un permesso.
Si stima che 245 sia il numero delle morti nel tentativo di oltrepassare il muro, avvenute tra il 13 agosto 1961 e il 9 novembre 1989, da quanto riporta l’associazione Arbeitsgemeinschaft 13. August, che gestisce il museo del Checkpoint Charlie. 245 persone che hanno deciso di rischiare la propria vita, la propria esistenza, per la libertà. Un diritto che in quei trent’anni è stato negato, costringendo le persone a vivere una realtà sigillata, come in una bolla di sapone. Questa realtà parallela, edulcorata, ha modificato usi e costumi della società, illudendo i cittadini della Berlino Est che quello fosse l’unico modo per vivere, il modo più giusto. E quando quel fatidico 9 novembre 1989 il muro è venuto meno, riaffermando la libertà degli individui, la grande metropoli tedesca si trovava fortemente spaccata in due emisferi completamente agli antipodi. Le persone hanno dovuto iniziare a vivere realmente. “Io personalmente quel giorno ho perso la mia identità, e con me tutto il mio popolo: sono stata costretta a iniziare di nuovo tutto da capo”. Così Carmen Bucci, moglie di un emigrato italiano in Germania, racconta il suo 9 novembre, il suo primo giorno di libertà. Sembra surreale per noi pensare che l’indipendenza possa essere accostata ad una perdita di identità. Invece, per i cittadini berlinesi, questa riconciliazione delle due parti ha costituito una spaventosa necessità di rimettersi in gioco. “Il 49% del popolo della DDR (Repubblica Democratica Tedesca) dopo 20 anni dalla caduta del muro desidera riavere la vita della DDR”, afferma la signora Bucci. Ci appare come un’utopia il desiderio di voler tornare a sottostare ad una dittatura come quella che ha dilagato per quasi 3 decenni nella parte orientale della città. Questo dovrebbe farci aprire gli occhi e farci intendere come la libertà individuale, se non accompagnata da un graduale reinserimento nella società “reale”, con adeguati sostegni economici, può rappresentare ugualmente un’oppressione. “Cambiamenti radicali possono cambiare l’equilibrio interno della gente. All’epoca avevo 28 anni e fino ad oggi non ho ancora trovato il mio equilibrio” confida infine Bucci.
Esiste, però, un altro lato della medaglia: un lato gioioso, euforico, energico, dove la caduta del muro ha rappresentato il raggiungimento di un sogno ineguagliabile. Désirée Eiben è stata la prima a varcare il confine quel 9 novembre. Vagava per le strade di Berlino Ovest esclamando “Il Muro è crollato”, ma nessuno le credeva. “Ho chiamato mio marito per farmi dare gli indirizzi di tutti i miei amici e familiari, dovevo avvertirli. Ero ufficialmente in Occidente senza frontiere”. Ciò significava per molti varcare quel confine, tornare alla socializzazione e alla condivisione, un ritorno all’affetto, all’amore. Questa iniziale euforia e gioia, data dal cambiamento improvviso di una “istituzione” trentennale quale fu il Muro, ha lasciato però spazio in Désirée allo stesso senso di indeterminatezza esposto dalla sua concittadina Carmen: la caduta del Muro ha destabilizzato un ordine sociale che ha impiegato anni per riformarsi, le persone hanno dovuto imparare nuove regole di vita e di convivenza. Perché seppur con gravi privazioni della libertà individuale, tutti nella DDR avevano un lavoro ed un posto in cui vivere. Abbattere la divisione significava far riemergere quei problemi economici e sociali che fino ad allora erano stati apparentemente risanati.
“La libertà comporta responsabilità: ecco perché tutti ne abbiamo paura” così scrive George Bernard Shaw, scrittore, drammaturgo e linguista irlandese. Libertà, responsabilità e paura: tre concetti che uniti formano lo stato d’animo che ha caratterizzato i cittadini di Berlino da quel 9 novembre. Perché autonomia in questo caso non è sinonimo di felicità, non è sinonimo di benessere. La costruzione del Muro ha rappresentato un mondo spaccato a metà, l’abbattimento dello stesso ha significato un inasprimento di quelle differenze che già dilagavano nella capitale tedesca. Si può, dunque, affermare che quelle 245 vittime siano morte in nome della libertà?

Francesca VG

 

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