AFGHANISTAN: RITORNO AL PASSATO, PIÙ DI UN ANNO DOPO

L’Afghanistan conta, secondo le stime del 2021, 40 milioni di abitanti, di cui 14,2 milioni sono donne. Ebbene, se dal 2001, con la caduta del regime talebano, totalitario e teocratico, le condizioni di vita di queste donne erano in una certa misura migliorate, da quando, il 15 agosto 2021, le truppe americane sono state ritirate dal suolo afghano e il potere è ritornato ufficialmente nelle mani dei talebani, la situazione è andata progressivamente peggiorando. A più di un anno da quel 15 agosto, potremmo infatti definire quella che, con un evidente eufemismo, si chiama Repubblica Islamica dell’Afghanistan, come uno stato artefice di un sistematico esorcismo ideologico, una ‘’repubblica’’ controllata dalla legge coranica, applicata in base alla più ferrea interpretazione della tradizione sunnita.
I nuovi talebani, che, per usare le parole dell’ex premier pakistano Imran Khan, ‘’hanno spezzato le catene della schiavitù’’, nei primi mesi di governo si sono presentati con un volto nuovo, come la versione aggiornata e moderata di loro stessi, promettendo solennemente all’inviato degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad e al suo pool di negoziatori che avrebbero formato un governo inclusivo, rispettato i diritti umani e delle donne, promulgato un’amnistia per tutti coloro che avevano lavorato al soldo degli odiati stranieri e rescisso ogni legame con Al-Qāʿida. Eppure, più di un anno dopo, nulla di tutto ciò è accaduto. Il governo è stato formato nel settembre 2021 e, sebbene dovesse essere un ‘’governo inclusivo’’ e ad interim, in attesa di nuove elezioni, proprio le elezioni sono state la prima vittima del nuovo regime. La seconda vittima sono state le donne, che hanno assistito impotenti all’agghiacciante escalation di divieti che le vede, purtroppo, protagoniste. Il più recente risale allo scorso 4 aprile, quando il regime ha vietato alle afghane di lavorare per le Nazioni Unite nella provincia del Nangarhar: un divieto che, secondo l’Onu, si estenderà presto su scala nazionale, e che indigna e preoccupa tanto la popolazione femminile afghana quanto l’Onu stessa, poiché mette a rischio il programma di aiuti che permette all’Afghanistan e alla sua popolazione, uomini e donne, di sopravvivere. Vietare alle donne di lavorare per le associazioni umanitarie significa infatti fare in modo che, per mancanza di personale femminile, le donne stesse non vengano aiutate, poiché non possono essere visitate da uomini: estromettere le donne dalla vita lavorativa (ma anche dall’istruzione secondaria e superiore) non è solo una violazione dei loro diritti, ma un suicidio per l’Afghanistan.
È quello che ha sempre sostenuto Zarifa Ghafari, sindaca di Maidanshahr dal 2019 al 2021, nonché la più giovane ed una delle poche donne afghane ad aver assunto la carica. Zarifa oggi ha 31 anni e, da quando è divenuta sindaca, è sopravvissuta a ben tre tentativi di omicidio da parte dei talebani, che nel 2020 hanno ucciso suo padre. Nel suo libro ‘’La battaglia di una donna in un mondo di uomini’’, edito da Solferino, l’indomita attivista denuncia la brutalità del regime ultraconservatore e, attraverso la sua vita, traccia la storia di un Afghanistan controverso e frammentato, ma ancora consapevole e combattivo. ‘’Se volete salvarvi dalla miseria, istruite i vostri figli e soprattutto le vostre figlie. Investire nell’istruzione di un uomo vi porterà dei soldi, ma investire nell’istruzione di una donna farà sì che sia in grado di educare i suoi figli, quando diventerà madre, e poi i suoi nipoti. Con l’istruzione di una donna si salvano dieci generazioni.’’: queste le parole di Zarifa, che sa bene che per quanto nelle aree più rurali dell’Afghanistan i talebani siano stati accolti con una certa indifferenza e il regime si sia presentato con una profusione di fragili rassicurazioni (smentite subito dai fatti), dal 2001 sono passati più di 20 anni e, anche in Afghanistan, la scomparsa e l’estromissione delle donne dalla vita pubblica del paese e dall’istruzione non farà altro che aumentare la distanza tra il regime e la popolazione, oltre ad inasprire le divisioni interne già presenti tra le diverse fazioni che dividono i talebani stessi.
Sebbene, dunque, uno stato che, nel proprio intimo terrore, aggiunge il controllo sullo spirito a quello sul corpo in nome dell’integralismo religioso, sia il più difficile da contrastare, in Afghanistan la partita non è affatto chiusa, almeno finché, sotto i burqa spessi e scuri, si celeranno donne consapevoli del loro diritto alla libertà.

Beatrice Teresa, 4B

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