Il conflitto Israelo-palestinese: polarizzazione e Mass Media

È noto come al cuore della guerra di Gaza ci siano radicate motivazioni storiche, economiche e culturali. Tuttavia la comunicazione moderna, nonostante la sua rapidità, sembra non avere come principale obiettivo offrire un tipo di informazione complessa e contestualizzata, bensì attirare l’attenzione di un pubblico con un livello di attenzione sempre più basso. 

Termini come antigiudaismo, antisemitismo e antisionismo vengono usati spesso in maniera erronea, cioè in modo impreciso e intercambiabile. Un esempio lampante è la vicenda di Zerocalcare al Lucca Comics, accusato di antisemitismo per aver deciso di non prendere parte alla fiera del fumetto a causa del patrocinato dello stato di Israele. In un articolo pubblicato su Internazionale, A proposito di Lucca e di tutto il resto, l’autore spiega tramite un breve fumetto il suo punto di vista, rispondendo alle critiche che vari giornalisti e politici gli hanno rivolto. Per il fumettista è importante rendere chiare le motivazioni alla base del suo gesto, che non sono state contro il popolo ebraico o la loro religione, ma sono frutto di una riflessione morale rispetto alla politica militare di Israele, 

Questo fatto prova quanto sia doveroso nell’ambito delle notizie chiarire la terminologia soprattutto quando, come in questo caso, è così legata alla storia di un popolo. 

Così l’antigiudaismo si riferisce in particolare all’aspetto religioso: Giuda era secondo la Bibbia il quarto figlio di Giacobbe e da lui prende il nome la più grande tra le 12 tribù di Israele. Sebbene la parola sia stata coniata solo nel Novecento, il concetto di discriminazione religiosa nei confronti degli ebrei nacque con l’affermarsi del Cristianesimo, che per molti secoli ha avuto un rapporto teso con l’ebraismo. Al contrario, l’antisemitismo ha origine nell’ambito linguistico: inizialmente usato per indicare le lingue mediorientali come l’aramaico, l’ebraico e l’arabo, durante l’Ottocento il termine iniziò ad essere associato nello specifico alla cultura ebraica. Infine l’antisionismo si rifà alla teoria politica del sionismo, che consiste nell’auto identificazione del popolo ebreo in una specifica area geografica, da loro chiamata “Terra di Israele” o Terra Promessa”. Le lotte per la rivendicazione del territorio della Striscia nacquero a seguito dell’istituzione degli Stati confinanti di Israele e Palestina, attuata dalle Nazioni Unite nel 1947. Il termine antisionista sta quindi a indicare la contrarietà rispetto all’insediamento dello stato ebraico in territori già precedentemente occupati da popolazioni arabe.

LA “VECCHIA” COMUNICAZIONE: GIORNALI E TELEVISIONE

Già dalla guerra tra Russia e Ucraina abbiamo imparato come i giornali e la televisione diventano essi stessi parte del conflitto e possono, con le loro narrazioni, contribuire ad aumentare o ridurre la violenza. Il conflitto armato in corso tra Hamas e Israele non fa eccezione: il modo con cui i giornali raccontano gli eventi ha un ruolo fondamentale nel plasmare le opinioni pubbliche e l’agenda politica. Nei primissimi giorni la narrazione adottata dalla maggior parte delle testate giornalistiche italiane è stata spesso decontestualizzata. Infatti i primi articoli riguardanti la strage che Hamas ha compiuto il 7 ottobre nel Sud di Israele, hanno omesso in molti casi  il contesto storico in cui questa azione, terroristica e atroce, ha avuto luogo. Si è scelta quindi una narrazione unilaterale, in cui Israele e i civili israeliani sono apparsi come le uniche vittime, anche se nella realtà il conflitto va avanti da settant’anni. Quando i giornalisti decontestualizzano la violenza, si rivolgono anche ad una grande parte di ascoltatori e ascoltatrici che non hanno gli strumenti per comprendere la complessa storia dentro cui si inserisce l’azione terroristica di Hamas, e che quindi il più delle volte aderiscono in modo acritico alla visione di una sola delle parti del conflitto. Per questo è imolto interessante osservare come i giornali abbiano scelto di approcciarsi riguardo la titolazione, le immagini e il tono del linguaggio per scrivere del massiccio attacco in territorio israeliano da parte di Hamas, del 7 ottobre 2023; che si inserisce in un fenomeno complesso quale la questione israelo-palestinese.  

Il confronto forse più interessante è quello tra Corriere (Rcs) e Repubblica, rispettivamente al primo e secondo posto in termini di vendite secondo gli ultimi dati Ads. Nonostante siano di due orientamenti piuttosto differenti, più moderato e istituzionale il Corriere, di laica e riformista tradizione Repubblica, le scelte editoriali risultano piuttosto simili. Domenica 8 ottobre, primo giorno in cui il conflitto giunge al centro dell’attenzione mediatica, entrambi i giornali aprono con la stessa fotografia scattata ad Ashkelon (Israele), raffigurante un uomo che si allontana di corsa da un’auto in fiamme. Solo il Corriere però appone in sovraimpressione la data 7/10/2023, inizio dell’offensiva di Hamas. Il giorno dopo, il Corriere in apertura punta sul dato delle vittime (“Israele, oltre 700 morti”), mentre Repubblica sulle persone rapite dai miliziani palestinesi (“Il dramma degli ostaggi”)

Altro interessante confronto è quello tra Domani e Il Manifesto, entrambi riconducibili all’area di centro-sinistra ed entrambi con un target di pubblico piuttosto preciso e circoscritto. Nel primo caso, la narrazione del conflitto è fatta portando avanti parallelamente la cronaca e una riflessione più ampia tramite analisi di vari esperti. Fin dal primo titolo, “La guerra che cambierà Israele e il Medio Oriente”, l’attacco di Hamas è collocato in un contesto spazio-temporale più ampio e complesso, e al lettore vengono subito proposti interventi di approfondimento in cui si mette in discussione la posizione israeliana. Vediamo come qui vengono forniti già molti più strumenti al lettore per riuscire ad inserire questo avvenimento in un contesto più ampio. Il Manifesto invece decide di affiancare all’asciutto racconto della cronaca bellica, quello della crisi umanitaria, che è il tema principale su cui si concentrano le prime pagine. Originale il taglio adottato nell’apertura dell’11 ottobre, quando all’ordine del giorno c’era la scoperta del massacro avvenuto nei kibbutz israeliani: laddove gli altri quotidiani hanno pubblicato foto con sacchi contenenti i cadaveri, il manifesto ha optato per l’immagine di una porta bianca con tracce di sangue, e invece di riportare esplicitamente la notizia incerta dei bambini decapitati, si mantiene più imparziale, scrivendo nel sottotitolo “Racconti di atrocità”.

Anche la televisione ed in particolare i telegiornali, che vengono seguiti tendenzialmente da un pubblico più ampio rispetto a quello dei giornali, tendono spesso a offrire un’analisi frammentata degli eventi, evidenziando spesso le vittime e i danni collaterali, con l’obiettivo di suscitare empatia nei telespettatori. Inoltre, la presenza di video e immagini spesso di grande impatto visivo ed emotivo può influenzare la percezione dell’opinione pubblica. Ne risulta quindi, nella maggior parte dei casi, una narrazione distorta, che enfatizza una prospettiva a scapito di altre.

Oltre a questo le trasmissioni spesso ospitano esperti e opinionisti con punti di vista divergenti, cercando di presentare un quadro più completo della situazione. Tuttavia, la brevità delle interviste televisive può limitare la comprensione profonda dei problemi presentati. La televisione, influenzata dalla concorrenza e dalla necessità di mantenere l’attenzione degli spettatori, può inclinare la sua attenzione verso momenti di alta tensione, trascurando spesso le cause sottostanti del conflitto. Questo rischio di semplificazione e sensazionalismo potrebbe impedire al pubblico di ottenere una visione accurata e completa della situazione, creando spesso una narrazione parziale e polarizzante dell’evento.

LA “NUOVA” COMUNICAZIONE: GUERRA SUI SOCIAL

Ad oggi il conflitto israelo-palestinese è tutto esposto sui social. Secondo una ricerca effettuata dalla nostra redazione è emerso che il 20% dei ragazzi con un’età compresa tra i 18 e i 24 anni utilizza TikTok come fonte d’informazione principale sulla guerra, attraverso video di analisi e le lacrime degli influencer. I social permettono certamente una comunicazione più rapida ed efficiente di ogni notizia, ma allo stesso tempo lasciano fluire molta disinformazione, dovuta al poco controllo degli stessi. A causa di essi, molto spesso gli utenti tendono ad essere continuamente bombardati da innumerevoli notizie senza mai approfondirle, lasciando all’oscuro di molte dinamiche fondamentali del conflitto. 

Nonostante ciò, i social consentono un monitoraggio della situazione sul campo e di eventuali sviluppi. Ad esempio Snapchat grazie a Snap Map (una mappa interattiva), permette a qualsiasi persona di vedere i palazzi distrutti nella città di Gaza o le azioni quotidiane dei cittadini che vengono in tal modo privati della propria privacy per darla in pasto all’opinione pubblica, suscettibile a cambiare opinione repentinamente in base alle notizie apprese . Oltre ai numerosissimi video informativi, sui social dominano le atrocità compiute dai terroristi e pubblicate da loro stessi prevalentemente su TikTok e Telegram. In questo modo essi riescono a dimostrare a tutto il mondo la loro capacità di organizzare una propaganda di portata globale.

Le violenze registrate sono molto spesso oggetto di ban. Da quanto emerso dalla nostra ricerca, secondo la policy di Facebook, Youtube o Instagram, è vietato postare contenuti che supportano Hamas, ritenuta da moltissimi Paesi un’organizzazione terroristica, ciò però non vale per Telegram. Perciò accade che su Instagram si può “sostenere” Israele, chiedere la pace o essere solidali con i cittadini oppressi, ma mai citare Hamas, ostacolando così una visione completa della guerra. Telegram invece ospita molteplici canali di Hamas con video raccapriccianti di israeliani morti accessibili a più di 100.000 abbonati.

Un chiaro esempio di moderazione dei contenuti attuato sui social ntworks è sicuramente lo “shadow ban”, cioè il meccanismo tramite il quale le piattaforme danno meno visibilità a contenuti che provengono da determinati canali o che parlano di specifici argomenti. Tra le numerose pagine vittime di shadow ban c’è l’account su Instagram da quasi 100k followers chiamato “madonnafreeda”, attualmente disattivato.

 Tra i metodi usati per aggirare la censura c’è l’uso di sfondi con Chiara Ferragni e l’utilizzo di parole che fanno rima con Palestina, come Prenestina e Piccolina. La stessa pagina presenta inoltre esempi di vera e propria rimozione di post che, parlando del conflitto a Gaza, si scherano apertamente con la popolazione palestinese.

Continuando a ironizzare nello stile della Generazione Z, “madonnafreeda” mette in luce delle problematiche che molti content creator affrontano quando producono contenuti che i grandi social media non approvano. Così ci ricorda che l’Internet è accessibile, veloce e interattivo, ma non così privo di regole come a volte si crede.

Martina 4D – Ludovica 5SINT – Giulia 4D