Recensione: “In nome della rosa” di Umberto Eco

Letteratura Recensioni

di Ivan C. (5F – 2019/20)

“Il Nome della Rosa” è il primo romanzo dello scrittore ed accademico italiano Umberto Eco, pubblicato nel 1980 dalla casa editrice Bompiani. L’opera è divenuta ben presto un caso editoriale, riscuotendo un grande successo sia dal pubblico che dalla critica internazionale. Nel 1986 è stato diretto l’omonimo film da Jean-Jacques Annaud, mentre quest’anno ne è stata tratta una miniserie italo-tedesca di otto puntate andata in onda sulla Rai.

Eco apre la narrazione attraverso l’espediente letterario del manoscritto ritrovato, una soluzione adattata già da numerosi autori come Manzoni e Ariosto. L’autore sostiene infatti di essere entrato in possesso di un antico scritto, che riporta gli eventi vissuti nel 1327 dal novizio Adso da Melk. Le vicende sono ambientate in un’abbazia benedettina dell’Italia Settentrionale, nella quale  il giovane si è recato in compagnia dell’ex inquisitore francescano Guglielmo da Baskerville. Il motivo del viaggio è una disputa che si dovrà tenere tra alcuni membri dell’ordine dei Frati Minori e i delegati di papa Giovanni XXII circa il tema della povertà della Chiesa Cattolica. Prima dell’arrivo degli inviati pontifici, il monastero è però sconvolto da una serie di omicidi, strettamente connessi ai segreti della sua biblioteca. Le indagini vengono affidate a Guglielmo che, al pari di un medievale Sherlock Holmes, grazie alle sue geniali intuizioni e all’aiuto di Adso, giungerà alla soluzione del caso.

Tra intrighi, veleni e libri proibiti, il lettore viene calato in un realistico spaccato dell’età medievale, periodo storico segnato dalla lotta contro le eresie e dal più accanito oscurantismo religioso. Nello scenario di corruzione e morte proposto, in cui nessun personaggio sembra essere innocente, impera su tutto l’ombra minacciosa della biblioteca. Essa è descritta come un labirinto, un luogo dagli inestimabili tesori ma al tempo stesso disseminato di insidie. Ogni suo elemento sembra voler trarre in inganno le avide menti che vi accedano, inconsapevoli dei pericoli ai quali stanno per andare incontro. La biblioteca è il riflesso della concezione medievale del sapere, visto come mera accettazione di quanto sostenuto dalle auctoritas ( “non vi è rivoluzione di evi nella vicenda del sapere, ma al massimo continua e sublime ricapitolazione”). Lo slancio verso il progresso è considerato un moto di superbia, un peccato di vanità che allontana dalla via della salvezza spirituale. A tale visione dogmatica si contrappone la figura di Guglielmo, rappresentante della scienza moderna. Egli ritiene al contrario che le nuove generazioni siano dei “nani sulle spalle dei giganti”, memori delle esperienze passate ma anche capaci di vedere più lontano sull’orizzonte. È inoltre un dovere dello scienziato condividere le proprie scoperte con l’umanità, non limitandosi alla ristretta cerchia dei dotti. Il fine ultimo non deve quindi essere il singolo raggiungimento di traguardi accademici, bensì il miglioramento delle condizioni di vita dell’intera comunità. Da qui la critica di Guglielmo contro il comportamento dei monaci dell’abbazia, i quali celano gelosamente i loro manoscritti al mondo esterno.

Tuttavia, la biblioteca di Eco non si limita a rappresentare lo scibile umano nell’ottica medievalista, rispecchia anche quelli che sono gli oggettivi limiti nel conseguimento della verità. Nella conclusione del romanzo, lo stesso Guglielmo riconosce l’impossibilità di raggiungere una conoscenza assoluta, mettendo perfino in dubbio l’esistenza di un ordine universale e di Dio. La biblioteca crolla avvolta dalle fiamme, e con essa le certezze dell’uomo.

Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. È questa la frase conclusiva de “Il Nome della Rosa”, con cui l’autore ci lascia interdetti al termine della lettura. Nonostante le molteplici interpretazioni che sono state suggerite nel corso degli anni, con ogni probabilità questo verso latino fa proprio riferimento all’incapacità di comprendere l’”universale”, ovvero l’essenza di un ente.  Tutto ciò non pregiudica però l’abbandono di ogni tentativo di ricerca da parte dell’uomo. Adso consola infatti il proprio maestro affermando che, malgrado il caos e il disorientamento che pervadono la realtà, sia possibile a volte cogliere dei “segni” e discernere frammenti di verità.         Il romanzo, apparentemente un semplice giallo-storico, è in realtà una profonda riflessione filosofica sul sapere e i suoi confini. Un invito a penetrare, contro ogni difficoltà, le porte invalicabili della “biblioteca”.