L’I.C.E. (Immigration and Customs Enforcement),  la ‘task force’ del presidente, negli ultimi mesi terrorizza le strade delle città americane, dalle scuole alle case dei cittadini, con l’obiettivo di respingere gli immigrati illegali. Sono infatti ormai diventati famosi i video che mostrano maestre d’asilo mentre cacciano gli agenti dalle scuole, o quelli dei bambini lasciati da soli a difendersi in tribunale.

“They’re not just illegal aliens, they are monsters”, così nel 2024 Trump definiva gli immigrati illegali negli USA e nel 2025 la Casa Bianca postava su twitter un video che mostrava la deportazione di uomini e donne proprio come animali, un processo di deumanizzazione ormai alla base della politica trumpiana. 

L’ Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia relativamente giovane, istituita dopo l’attacco terroristico alle Torri Gemelle nel 2001. A pochi mesi di distanza da questo episodio, il Congresso americano approva l’Homeland Security Act, con l’obiettivo di rendere il paese più sicuro e protetto, ed è proprio in questo contesto che nasce l’I.C.E. Il 1 marzo 2003 prende il posto dell’Immigration and Naturalization Service in materia di arresti, detenzioni ed espulsioni, riassunte nel termine “Enforcement”, quindi l’applicazione coercitiva delle leggi migratorie.

Formalmente, l’unico obiettivo dell’ICE era quello di contrastare l’antiterrorismo, ma con il tempo, ha mutato forma presentandosi come l’agenzia che difende l’America “dall’immigrazione illegale che minaccia la sicurezza nazionale e la sicurezza pubblica”. 

Nella sua prima fase dunque l’I.C.E. era poco nota, ma dietro le quinte la sua presenza è cresciuta in modo costante soprattutto per gli ingenti fondi stanziati dal governo. Durante l’amministrazione Obama, l’agenzia ha raggiunto numeri altissimi di espulsioni, tanto da far valere al presidente il nome di “Deporter in Chief”.  L’ex presidente seguiva comunque una linea “moderata” dando la precedenza alle espulsioni di criminali violenti e persone entrate di recente nel Paese, riducendo d’altra parte le azioni contro migranti senza precedenti penali.

Queste politiche più mirate hanno suscitato lo scontento degli agenti I.C.E., portando questi ultimi, nel 2012, a denunciare pubblicamente l’amministrazione Obama, accusandola di “proteggere gli stranieri illegali ma non i loro agenti”.

Sotto l’amministrazione Trump invece, l’agenzia ha cambiato rapidamente ruolo, diventando un simbolo politico dell’anti immigrazione. Durante questo periodo viene nominato al vertice dell’agenzia Thomas Homan, che agli inizi della sua carriera da direttore ha affermato in una trasmissione televisiva: “Vogliamo togliere le manette all’I.C.E., che l’amministrazione Biden ha messo loro, ora gli agenti faranno il loro lavoro”. 

E’ chiaro che è stato proprio durante la prima amministrazione di Trump che l’I.C.E. ha intensificato la sua attività, soprattutto scagliandosi contro le città “santuario”, luoghi che limitavano la cooperazione con l’agenzia. Tuttavia i cambiamenti più decisivi sono stati attuati negli ultimi due anni, proprio il periodo del secondo mandato del presidente. 

Trump ha infatti conquistato la presidenza con numerose promesse, soprattutto con l’obiettivo di realizzare la più grande deportazione di massa nella storia americana: nel 2025, il nuovo Congresso con maggioranza repubblicana, ha approvato una riforma nota come H.R.1, entrata nel discorso pubblico come “One big beautiful Bill”, sottoscritta poi il 4 luglio 2025 da Trump. Con questa nuova legge di bilancio sono stati stanziati 170 miliardi di dollari per la sicurezza delle frontiere e per l’immigrazione, riservando una fetta particolarmente rilevante che viene destinata, appunto, all’ICE.

Dopo lo stanziamento del denaro pubblico, sono seguite migliaia di nuove assunzioni.

Kristi Noem, che guida il Dipartimento della Sicurezza Interna, ha lanciato un piano di reclutamento lampo consistente in 10.000 nuovi membri ICE da assumere entro un anno con l’obiettivo dichiarato di realizzare 1.000.000 espulsioni nei primi 12 mesi di mandato. 

La comunicazione dell’I.C.E. si delinea nella creazione di meme patriottici e una serie di spot che rievocano l’estetica dei videogiochi bellici o del cinema d’azione: il sito ufficiale per il reclutamento mostra la figura di Zio Sam accompagnato dallo slogan “L’America è invasa da criminali e predatori, abbiamo bisogno di te per cacciarli”. 

Nel piano di Trump l’I.C.E. viene presentata formalmente come una forza combattente impegnata in una guerra interna contro “nemici infiltrati” di cui la maggior parte dei nuovi assunti proviene già dalle forze dell’ordine o dalle forze armate. Le campagne di reclutamento sono serrate e insistenti: in 5 mesi, oltre 200.000 persone hanno inviato la propria candidatura per diventare agenti I.C.E. e per attirare più profili sono stati rimossi i limiti di età e introdotti bonus di ingresso fino a 50.000 dollari. 

Membri del Congresso dell’opposizione denunciano tali modalità di reclutamento imperniate su bonus, requisiti eliminati e soprattutto su slogan con richiami all’estrema destra che sembrerebbero rivolgersi all’intera società non solo ad ambienti come quelli di Proud Boys o Oath Keepers, circuiti da cui provengono molti insurrezionisti dell’estrema destra radicale. 

 

LE PROTESTE 

Sin dai primi giorni dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, l’ICE ha condotto retate simboliche in diversi Stati, dall’Illinois alla Florida, come prova del cambio di passo sul tema dell’immigrazione irregolare. Secondo la strategia della nuova amministrazione repubblicana, l’agenzia dovrebbe compiere fino a tremila arresti al giorno, oltre il doppio dei numeri registrati in passato. 

La nuova ondata di proteste è iniziata il 7 gennaio dopo l’uccisione di Renée Nicole Good da parte dell’agente Jonathan Ross dell’ICE, Good era alla guida del suo suv, fermo in strada, quando è stata avvicinata dagli agenti. Ha interagito con i poliziotti per qualche minuto ed è ripartita, ma Ross ha sparato tre colpi, uccidendola. A Minneapolis ci sono state proteste davanti agli alberghi che ospitavano gli agenti dell’ICE, ma si sono organizzati cortei anche a New York, a Chicago e a Washington. 

Un altro caso che ha riscontrato molta visibilità è stato quello del piccolo Liam: i media internazionali hanno diffuso ampiamente immagini del bambino con indosso un cappellino blu con le orecchie e uno zainetto di Spider-Man,  il piccolo di cinque anni era stato portato via dagli agenti dell’ICE durante l’arresto di suo padre a Minneapolis il 20 gennaio scorso. Secondo le indagini il bambino sarebbe stato utilizzato come “esca” dagli agenti federali, che gli avrebbero chiesto di bussare alla porta di casa sua per farsi aprire, in modo da verificare se ci fosse dentro qualcun altro da arrestare. L’immagine di Liam e del suo cappellino sono diventati simbolo di altre numerose proteste: proprio durante queste si è assistito ad un secondo omicidio, quello di Alex Jeffrey Pretti, infermiere di 37 anni. Le dinamiche dell’omicidio non sono ancora del tutto chiare: l’ipotesi dell’amministrazione è che sia stata “legittima difesa” da parte degli agenti I.C.E. che sarebbero le uniche vittime dell’agitatore violento. Al momento non c’è nessuna prova di quanto dichiarato dall’agenzia e dallo stesso presidente, solo accuse contro numerosi video che invece raccontano un’altra versione.

“Non mi piace sparare. Non mi piace, ma non mi piace quando qualcuno va a protestare con una pistola molto potente, carica e con due caricatori pieni di proiettili. Anche quello non è un buon segno”, ha dichiarato il presidente Trump. 

Mentre dall’altra parte la risposta di Jacob Frey, sindaco di Minneapolis, pronunciata nel corso di una conferenza stampa “Quanti altri residenti e cittadini americani devono morire, quante vite devono essere perse? Quando finirà questa narrazione politica di parte? È il momento di mettere Minneapolis e l’America al primo posto, mettiamo fine a questa operazione. Le chiediamo di agire adesso e di rimuovere questi agenti federali”. 

 

IN ITALIA

In occasione delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, l’Italia ha dovuto confrontarsi con la realtà americana dell’I.C.E. All’inizio alcuni articoli e dichiarazioni, poi smentite, avevano fatto intendere che gli agenti americani avrebbero partecipato ad operazioni di sicurezza sul territorio italiano. L’opinione pubblica è risultata molto divisa da questa eventualità: è sorto un dibattito tra chi considerava la presenza dell’ICE problematica, temendo un’escalation come già avvenuta negli Stati Uniti, e chi invece era favorevole ad un controllo più stretto. Successivamente il ministro dell’Interno Piantedosi aveva precisato che eventuali agenti collegati all’ICE presenti in Italia non avrebbero svolto attività operative di polizia e conseguentemente la questione della sicurezza dei Giochi sarebbe rimasta in mano alle forze dell’ordine italiane. L’opposizione si è schierata comunque contro tale decisione, considerando la presenza dell’ICE come simbolicamente contrastante con i valori promossi  delle Olimpiadi, tra cui l’inclusione. 

Fortunatamente i Giochi Invernali si sono conclusi senza incidenti; tuttavia, dopo l’approvazione del DDL-sicurezza che introduce misure che limitano il dissenso, inaspriscono le pene e aumentano i poteri alle forze dell’ordine, la stretta repressiva e una presunta deriva autoritaria stanno provocando non pochi timori, tra gli attivisti e nella società civile preoccupati della svolta autoritaria in atto.

 

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