Dopo l’aggressione israeliana di luglio, la cosiddetta guerra dei 12 giorni, l’Iran è stato di nuovo bersaglio di Israele e Stati Uniti. Per molti analisti l’attacco era imminente e prevedibile, per altri governi, come quello italiano, del tutto inatteso. Fatto sta che il 28 febbraio 2026 ha avuto inizio l’operazione “Ruggito del leone”, così è stato denominato l’attacco contingentato da parte dello Stato di Israele contro obiettivi militari, civili, uffici politici e leader in comando in Iran, in concomitanza con l’attacco parallelo da parte degli Stati uniti d’America “Furia epica”. La risposta di Teheran non si è fatta attendere, tanto che con l’operazione “Vera Promessa 4” ha incominciato un’ondata di rappresaglie negli Paesi che ospitano basi militari americane, come i Paesi del Golfo e Cipro.
Ufficialmente, Netanyahu ha presentato l’attacco come “preventivo”, mentre per l’Iran- e secondo il diritto internazionale- si tratta di una vera e propria aggressione illegale.
Mentre scriviamo questo articolo, i bombardamenti infuriano senza dare segni di cedimento: l’amministrazione di Washington è sempre più intenzionata a procedere e la Repubblica Islamica si dichiara disposta ad una guerra di logoramento.
Intanto siamo tutti travolti dalla cronaca di un nuovo conflitto in Medio Oriente, da analisi geopolitiche, da commenti e anche, come avviene in ogni guerra, da notizie manipolate dalla propaganda. Il mondo intero osserva con grande preoccupazione un conflitto dall’esito incerto. L’Iran è un paese strategico nello scacchiere mondiale per varie ragioni: la presenza di giacimenti di petrolio – di cui gran parte transita nello stretto di Hormuz-, la vicinanza alla Cina e alla Russia, la grande industria degli armamenti per cui nel 2015 si era raggiunto un accordo.
Tuttavia per comprendere meglio la situazione attuale in Iran è necessario tornare al 1979, un punto di svolta nel Paese, l’ anno della rivoluzione che rovesciò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi e trasformò radicalmente il paese.
Ancora prima di questo episodio, che rese l’Iran una repubblica, vigeva una monarchia autoritaria. In particolare nel 1953 fu messo in atto un colpo di stato da parte di Pahlavi, sostenuto da Stati Uniti e Regno Unito, che depose il primo ministro Mossadeq ed avviò un vasto programma di modernizzazione noto come “Rivoluzione Bianca”. Si trattava di un esteso piano di industrializzazione attuato attraverso la forte pressione, anche militare, dei governi americani che negli anni si susseguirono. Questo periodo fu caratterizzato anche da varie riforme sociali, tra cui una maggiore concessione di diritti alle donne. Tale crescita economica, ottenuta non senza un prezzo da pagare agli americani e alimentata dalla presenza dei giacimenti di petrolio nel Paese, accentuò le disuguaglianze scatenando delle accese manifestazioni di dissenso che il regime represse duramente attraverso la polizia segreta SAVAK.
Molti iraniani percepivano quindi l’occidentalizzazione come imposta e distante dall’identità religiosa del paese, così le proteste si trasformarono in rivoluzione di massa guidata dall’ ayatollah Ruhollah Khomeini, che portò alla nascita della Repubblica Islamica. Il nuovo sistema politico si fondava sul principio del velayat-e faqih, il “governo del giurista islamico”: al cui vertice si colloca la Guida Suprema — fino al 28 febbraio Ali Khamenei — che detiene l’autorità ultima su esercito, magistratura e apparato mediatico. Le elezioni esistono, ma i candidati devono essere approvati da organi religiosi non eletti, garantendo la continuità del potere clericale.
Dal ‘79 fino ai primi anni Novanta, periodo caratterizzato anche dalla guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein (1980 – 1988), l’Iran ha tentato di riallacciare i rapporti con l’Occidente, riuscendo in particolare ad avere tra i principali partner economici Germania e Italia. Il Paese ha dovuto tuttavia fronteggiare per decenni la contrarietà degli USA e una fase caratterizzata da ricostruzione, sanzioni internazionali e un crescente ruolo dello Stato nella vita sociale ed economica.
Anche nei primi anni 2000 l’Iran è rimasto soggetto a tensioni internazionali crescenti, in particolare per il suo programma nucleare e il suo ruolo nelle dinamiche regionali. Ciò ha portato a numerose crisi economiche e a criticità che sono divenute strutturali, mentre segmenti della popolazione, in particolare giovani e donne, chiedevano maggiore libertà politica e diritti civili, tra cui ricordiamo il Movimento Verde del 2009: una serie di mobilitazioni sociali legate alle condizioni economiche e alle limitazioni di libertà.
Negli anni 2021-2022 l’Iran è stato al centro di una delle ondate di proteste più significative per motivieconomici ma rapidamente evolute in richieste più ampie di cambiamento politico.
Determinante è stata, nel settembre 2022, l’uccisione di Mahsa Amini, giovane donna di etnia curda arrestata e dopo pochi giorni dichiarata morta “in circostanze sospette” dalla polizia morale per presunto uso scorretto del velo. La sua morte ha scatenato proteste diffuse in tutto il paese, guidate in particolare da donne e giovani, sotto lo slogan “Donna, Vita, Libertà”. Le manifestazioni non hanno riguardato più soltanto l’obbligo dell’hijab, ma hanno messo in discussione l’intero sistema politico e il controllo sociale esercitato dallo Stato. La repressione è stata severa: centinaia di morti, migliaia di arresti, condanne esemplari.
Infine, il 28 dicembre 2025 sono scoppiate nuove proteste a Teheran, in particolare nel Gran Bazar della capitale. A differenza delle proteste del 2022, questa volta a scendere in piazza non sono state le élite del paese, studenti o borghesi, ma piccoli e medi commercianti colpiti dall’iperinflazione. Quella che prima era una rivolta limitata alla capitale si è espansa in modo capillare, in Iran e al di fuori: è infatti emersa una grande base di opposizione anche all’interno delle comunità della diaspora iraniana in altri paesi. I manifestanti si sono radunati anche nelle città di Hafs Hejan e Juneqan, nella provincia sud-occidentale di Chahar Mahal e Bakhtiari mentre una manifestazione separata si è tenuta nella contea di Taybad, nella provincia nord-orientale di Razavi Khorasan.
Le cause delle proteste
Questo ci insegna la storia: quasi sempre le cause di un conflitto o di una rivoluzione sono da ricondursi all’economia. In Iran, da anni, non esiste un solo tasso di cambio tra il rial e il dollaro, ma più tassi diversi. Accanto al tasso del mercato “libero”, che riflette il reale valore della moneta ed è molto alto, lo Stato ha mantenuto un tasso ufficiale fortemente agevolato, riservato alle importazioni considerate essenziali come cibo e medicinali. Questo tasso artificiale serviva teoricamente a proteggere la popolazione dall’aumento dei prezzi, ma nella pratica è diventato uno strumento di privilegio. L’accesso ai dollari a prezzo scontato è stato infatti monopolizzato da imprese, istituzioni e persone vicine al potere, che potevano ottenere enormi profitti semplicemente rivendendo valuta o beni importati al prezzo di mercato. Tutto ciò si è tradotto in un sistema altamente corrotto, con un’economia parallela e forti distorsioni dei prezzi, mentre la maggior parte della popolazione continuava a subire inflazione e impoverimento. Con il crollo del rial e l’enorme divario tra il tasso agevolato e quello reale, questo sistema è diventato anche finanziariamente insostenibile per lo Stato. Per questo, nel dicembre 2025, il governo riformista di Massoud Pezeshkian ha proposto di abolire i tassi di cambio multipli e passare a un unico tasso più vicino a quello di mercato. Per difendere la riforma in Parlamento, Pezeshkian ha citato un dato emblematico: su 12 miliardi di dollari stanziati per l’importazione di beni alimentari e medicinali, ben 8 miliardi sarebbero stati sottratti importando solo una parte delle merci e appropriandosi del resto dei fondi.
Tuttavia, una riforma del genere ha comportato costi sociali immediati: senza il cambio agevolato, i prezzi dei beni importati sono aumentati, colpendo una popolazione già sotto forte pressione economica. Basti pensare che a inizio gennaio, il rial era scambiato a oltre 1,4 milioni contro 1 dollaro, un netto calo rispetto ai circa 700.000 dell’anno precedente. Il crollo della valuta ha innescato una forte inflazione, con prezzi alimentari in media del 72% superiori rispetto all’anno scorso. L’inflazione annua è attualmente intorno al 40 percento.
Ma non c’è solo l’inflazione: l’economia iraniana è in crisi anche a causa della guerra “dei dodici giorni” che ha visto il paese scontrarsi con Israele. L’attacco era iniziato lo scorso 13 giugno, quando lo Stato ebraico aveva lanciato l’operazione “Leone Nascente” contro la Repubblica Islamica accusata di non aver rispettato i patti sul nucleare del 2015. Immediata la risposta di Teheran, con il lancio di razzi verso le città israeliane, poi la discesa in campo degli Usa, con un attacco a tre siti nucleari in Iran e la successiva rappresaglia iraniana sulla base Usa di Al Udeid in Qatar. Una serie di avvenimenti che sembra si stiano riproponendo oggi, quasi nello stesso identico modo ed ordine. Dopo una difficile tregua, l’apparente fine della guerra.
La repressione dei mesi scorsi
La situazione in Iran dimostra come la repressione e la censura da parte del governo abbiano un forte impatto sulla popolazione. Dall’8 gennaio 2026 il regime ha imposto un blocco assoluto di Internet nella nazione attraverso diverse restrizioni: si parla di un blocco degli indirizzi IP dei siti sgraditi al governo con un’ individuazione dell’utilizzo delle VPN non autorizzate tramite tecniche di DPI (Deep Packet Inspection, analisi del traffico di rete), con l’aggiunta di un controllo dei server DNS (Domain Name System, conversione diretta degli URL in indirizzi di rete) che rafforzano la restrizione. Secondo NetBlocks, l’organizzazione inglese di giornalismo investigativo in ambito tecnologico, dall’8 gennaio la percentuale di utilizzo della navigazione online a livello ordinario è scesa fino all’1%, ciò rappresenta la stretta che hanno questi divieti sulla popolazione iraniana.
Non considerate del tutto efficaci tali misure, il governo ha scelto di intraprendere una strada ancora più repressiva che mira all’istituzione di un web “sovrano”, un sistema chiuso sottoposto a rigidi controlli con il permesso di sole comunicazioni interne, simile all’infrastruttura russa “RuNet” (“ru”, codice per la lingua russa, unito a “network”) su cui Putin lavora dal 2019.
“È in via di definizione un piano classificato per trasformare l’accesso alla rete globale in un ‘privilegio governativo’ ”– ha spiegato Amir Rashidi, il direttore dell’organizzazione Filter Watch occupata sulla censura in Iran – “I media di Stato e portavoce del governo hanno già segnalato che è in corso una trasformazione permanente, e hanno anticipato che l’accesso senza limiti non sarà possibile neanche dopo il 2026”.
Risulta chiaro, quindi, che è in atto un blocco della comunicazione nel paese, un blocco però che si presenta come un’arma a doppio taglio poiché amplifica la difficoltà, per il governo, di gestire più di 92 milioni di abitanti, un numero troppo alto per poter mettere del tutto in atto il loro piano politico.
Come è possibile, però, la fuoriuscita di notizie da un paese blindato come l’Iran? Alcuni iraniani, nonostante le limitazioni, sono riusciti ad aggirare il sistema pubblicando, seppur con difficoltà, video e testimonianze sui social media. Inoltre, fondamentali sono le dichiarazioni fornite a giornalisti e a parenti al di fuori del paese per far conoscere direttamente al mondo le atrocità che stanno subendo; altri hanno utilizzato i modem “Starlink” di Elon Musk, satelliti in orbita indipendenti dalla rete nazionale iraniana, anche se in Iran sono stati messi fuori uso attraverso interferenze tra i GPS satellitari, giungendo, secondo quanto riporta “IranWire”-il portale giornalistico fondato dall’iraniano-canadese Maziar Bahari- a una perdita dell’80%.
La circolazione di testimonianze al di fuori dell’Iran è fondamentale perché nei mesi scorsi è avvenuta una vera e propria repressione da parte del regime che sta vessando la popolazione. “Il regime ha tagliato la corrente elettrica e l’acqua in molte zone. Stanno facendo contro il loro popolo quello che Israele ha fatto a Gaza” – ha riferito la regista Somayeh Haghnegahdar in contatto con i manifestanti per “Iranian Independent Filmmakers Association”, aggiungendo “ho visto che nonostante i morti (i manifestanti), sono scesi in piazza”. Questa è solo una parte delle crudeltà che stanno avvenendo nel loro paese, infatti è stata anche organizzata una campagna militarizzata con il dispiegamento di pattuglie armate, oltre a coprifuoco notturni e divieti di raduni di due o più persone.
Dal 16 gennaio 2026, migliaia di manifestanti sono stati arrestati, subendo torture fino alla violenza sessuale in alcuni casi; avvocati, giornalisti, studenti, studentesse e minori presi e portati via dalle loro abitazioni private; secondo un attivista dei diritti umani di Amnesty International, le forze di sicurezza della provincia di Esfahan hanno persino chiesto ai medici quali ricoveri fossero stati causati da proiettili veri o pallini di metallo per prelevare i pazienti e arrestarli, minacciando, inoltre, i medici stessi se li avessero curati senza autorizzazione. Le pattuglie armate hanno causato vittime di sparizione forzata per cui parenti, amici o conoscenti non vengono a sapere nulla della condizione dei propri cari, vivi o morti chi siano; mentre chi viene arrestato pubblicamente viene costretto a firmare dichiarazioni senza poterle leggere; si hanno, quindi, confessioni forzate che il governo sceglie di registrare e pubblicare all’interno del paese come strumento per intimorire i ribelli.
Inoltre, dal 10 gennaio 2026 il procuratore generale e i procuratori provinciali hanno attribuito a tutti i manifestanti il termine “moharebeh”, ossia nemici di Dio meritatevoli di pena di morte.
Le repressioni e il blocco di Internet non sono episodi a sé stanti ma, anzi, dovrebbero far riaffiorare alla mente il passato europeo di un secolo fa per renderci conto di cosa sta accadendo al di fuori dei nostri confini nazionali. Anche se il regime vuole che sia una repressione invisibile, è compito di ogni cittadino e di ogni essere umano provare solidarietà e combattere, seppur da lontano, un regime disumano.
Allo stesso tempo è opportuno riflettere su quali siano le conseguenze di un attacco illegittimo- da parte di Paesi occidentali e democratici- e di un conflitto che sta già coinvolgendo gran parte del Medio Oriente portando a disastrose conseguenze umanitarie ed economiche.



















