La storia del conflitto

Al momento della sua colonizzazione britannica nel 1898, il Sudan si presentava come un paese ricco di risorse minerarie e energetiche: situato nel bacino del Nilo, tra il Nord Africa e il Medio Oriente, con un importante sbocco sul Mar Rosso è da sempre stato un paese di notevole importanza strategica. Eppure, ad oggi è a malapena conosciuto come una delle numerose terre africane la cui popolazione versa in condizioni di vita precarie. 

Fin dalla sua indipendenza, nel 1956, il paese ha dovuto affrontare numerosi conflitti interni tra il governo centrale di Khartoum, a nord, e le truppe del sud, che temevano la dominazione araba e rivendicavano una maggiore autonomia regionale. Questo periodo è stato caratterizzato da colpi di stato militari fino all’accordo che garantì una relativa autonomia del Sudan del Sud nel 1972.

Dopo più di dieci anni di governo il presidente generale Nimeiry introdusse la Sharia (legge islamica) in tutto il paese, violando l’accordo del 1972. Questo atto provocò la ripresa delle ostilità: venne istituito il Sudan People’s Liberation Army (SPLA), guidato da John Garang, che diede il via alla seconda guerra civile.

Nel 1989 con un colpo di stato, Omar al-Bashir si guadagnò il governo del territorio per i successivi tre decenni, mise fuorilegge i partiti e concentrò sulla sua persona i poteri legislativi ed esecutivi. Durante i suoi trent’anni di regime, Omar Al-Bashir ha sfruttato la frammentazione della regione sud-occidentale per creare un governo con una forte componente islamica; il culmine di queste tensione ha dato luogo a  un conflitto terribilmente devastante iniziato nel febbraio 2003 quando i gruppi ribelli del SLM (Sudan Liberation Movement) e del JEM (Justice and Equality Movement) presero le armi contro il governo sudanese, accusandolo di opprimere le popolazioni non arabe (Fur, Masalit, Zaghawa) a favore di quelle arabe. 

All’epoca le forze impiegate nella guerra civile nella regione sud-occidentale erano chiamate “Janjaweed” ed erano sotto il controllo del presidente al-Bashir e del comandante Mohammed Hamdan Dagalo. Il conflitto causò una grave crisi umanitaria con migliaia di morti-di cui moltissimi bambini- e sfollati. Per questo nel 2009 la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato d’arresto per Bashir per gravi crimini contro l’umanità. 

Nel 2013 fu costituito un corpo paramilitare autonomo forte di almeno 100.000 unità, molte delle quali provenienti dai Janjaweed, fedele al regime, che prese il nome di RSF (Rapid Support Forces) che progressivamente divennero sempre più indipendenti e forti rispetto all’esercito ufficiale, grazie alla guida di Hemedti e il supporto finanziario di Paesi interessati nel conflitto civile.  

Nel 2011, con la scissione del paese e la formazione dello Stato più giovane al Mondo, il Sudan del Sud, il potere di al-Bashir iniziò a vacillare, anche a causa delle numerose rivolte popolari dovute alla crisi economica legati alla presenza di petrolio (Nell’attuale Sudan Del Sud sono presenti la maggior parte dei giacimenti mentre le principali infrastrutture per la raffinazione sono situate in Sudan) e alla scissione del Paese. 

Tuttavia, nel 2019, quando il potere del regime era ormai prossimo al collasso, le RSF di Hemedti si unirono alle forze dell’esercito sudanese, la SAF (Sudan Armed Forces), guidata dal generale Abdel Fattah al-Burhan. L’azione dei due generali riuscì a rovesciare il leader del paese Al Bashir. Il risultato fu la formazione di un governo militare: il Consiglio di generali che governava il paese vedeva così al potere al-Burhan e Dagalo, il cui rapporto, tuttavia, si è mostrato presto tempestato da divergenze che sono state la causa di numerose tensioni politiche e sociali e che determinarono il successivo inizio di una lotta per il potere. Tale contrasto, sintomo di una difficilissima e sofferta transizione democratica, è stata alla base di un conflitto che negli ultimi tre anni sta scuotendo il Sudan.

 

La situazione da 2023

All’inizio del 2023 si era giunti a un accordo per un piano di transizione con l’ appoggio internazionale per la cessione del potere da parte di entrambe le fazioni. Il fine ultimo era dunque quello di instaurare un governo popolare, tuttavia, l’11 aprile 2023, le forze armate delle RSF si sono mobilitate verso infrastrutture ed edifici strategici presso Khartoum, uno spostamento che al-Burhan aveva definito illegale e che le RSF avevano giustificato invece come un’azione necessaria per impedire alle SAF di prendere il controllo. Così, il 15 aprile le RSF hanno attaccato le basi delle forze armate sudanesi, tra cui l’aeroporto di Khartoum, dando inizio a una serie di scontri intensi che hanno riguardato non solo i centri politici e militari, ma anche tanti civili.   

Se da un lato persiste attivamente la lotta per il potere tra i capi dell’esercito sudanese e delle RSF, dall’altro si porta avanti una guerra locale tra villaggi e milizie per il controllo delle risorse offerte dal territorio. Inoltre, il Paese subsahariano rappresenta un trampolino di lancio dalla Penisola Arabica all’Africa: in questo scenario i paesi del Nord Africa e del Golfo tentano di dettare la politica del continente parteggiando per l’una o per l’altra forza militare a seconda degli interessi economici o delle risorse (oro, petrolio, accesso al Mar Rosso). 

 

Il genocidio

Intanto in alcune zone della regione sudanese del Darfur è stato confermato lo stato di carestia e, a causa di una diffusa carenza di cibo e di una impennata dei prezzi dei beni di prima necessità. Le Nazioni Unite hanno calcolato in tutto il Paese circa 25 milioni di persone costrette a condizioni di insicurezza alimentare e 30 milioni che necessitano di assistenza umanitaria. Un ruolo rilevante lo ha giocato la chiusura di quasi tutti gli ospedali, a causa dei continui attacchi missilistici: si calcola infatti che sono rimaste aperte solo poche strutture sanitarie le cui scorte mediche ormai scarseggiano. 

Non si conosce bene il numero reale di morti causati da questa guerra, tuttavia, la stima ammonta ad oltre 150 mila vittime, con evidenze ben visibili, persino dallo spazio. Il 27 ottobre 2025, sono state notate, in alcune immagini satellitari, due macchie rosse sul terreno, prima assenti. Da quando le RSF hanno preso il controllo di El Fasher, capitale del Darfur del Nord, sono visibili in rete video ed immagini che testimoniano il massacro dei cittadini, talvolta pubblicati dagli stessi autori del delitto. I miliziani, infatti, diffondono le loro immagini mentre sparano a freddo su una folla di civili, per poi esultare in segno di vittoria, o mentre umiliano una giovane madre che terrorizzata cerca in tutti i modi di proteggere i figli, sebbene siano tutti e tre prossimi alla morte. 

“Più il camion si avvicinava più mi rendevo conto: erano donne e bambini accalcati uno sull’altro, stavano scappando dalla violenza del conflitto” racconta Chiara Zaccone, Capo Missione di COOPI in Sudan, in un articolo della Repubblica del 15 maggio 2025. Confrontandosi successivamente con una delle donne di cui parla, ha scoperto come questa fosse, per lei, la terza volta che scappava dal conflitto: la prima era avvenuta solo un anno prima, ad aprile del 2023, e ora, nel luglio 2024, era nuovamente costretta a fuggire, per proteggere i suoi figli. Il numero di profughi ammonta a circa 12,6 milioni di uomini e donne in cerca di aiuto, talvolta con scarsi risultati.

 

L’assenza di diffusione mediatica

Questi conflitti sanguinosi sono presenti in Sudan da poco meno di un secolo. Le morti, le mutilazioni, le ondate di sfollati spesso ci sembrano solo una storia lontana, tirata fuori di rado per poi svanire nel silenzio. Conosciamo bene la tendenza a focalizzarsi attivamente su alcuni eventi considerati come inaccettabili, per poi cancellarli dalla nostra memoria e continuare la nostra quotidianità, come se nulla fosse. Ogni tanto la notizia diventa nuovamente argomento di dibattito, in qualche conversazione familiare, per poi svanire nuovamente nel nulla, spostando il discorso su altri argomenti. 

Quotidianamente siamo sommersi da nuove vicende e accadimenti che spesso sembrano coinvolgerci più da vicino; in questo modo i media sono costretti a svolgere una schermatura delle notizie e la nostra mente fa comunque fatica a restare aggiornata. Il numero di vicende negative che vengono proposte ogni giorno è talmente elevato da causare un processo di saturazione cognitiva: è proprio così che il sovraccarico informativo conduce all’indifferenza. 

Questo è il più delle volte l’effetto del racconto dei conflitti da parte dei media: siamo abituati a pensare alle perdite come dei semplici numeri, troppo grandi perché ci sia permesso di comprenderli davvero. Dimentichiamo come ogni piccola unità di questi sia un essere umano, portatore di una storia, di una famiglia, con un pensiero critico, opinioni da esprimere. Insomma con una propria unicità che è presente nel genere umano e che, a tutti i costi, andrebbe preservata.Su

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