Caso Ramos
Ci sentiamo tranquilli, protetti all’interno delle nostre abitazioni: un luogo sicuro dove i pericoli esterni si trasformano in un racconto di eventi che non ci riguardano più. Navighiamo su internet e sui social media senza timore, certi di possedere il diritto di esprimere liberamente la nostra opinione. Viviamo le nostre giornate chiudendoci all’interno di un abitacolo psicologico dove siamo inattaccabili — o almeno di questo ci convinciamo — finché la realtà non smaschera la sua identità crudele.
Il 20 gennaio 2026, il giovane Liam Conejo Ramos, un bimbo di soli 5 anni, stava tornando a casa da scuola. A quell’età il suo unico pensiero avrebbe dovuto riguardare giochi e supereroi, eppure quel pomeriggio fu messo al centro di un’operazione di polizia: gli fu chiesto di bussare al portone di casa sua, a Minneapolis, per convincere il padre a consegnarsi. Un’azione che avrebbe cambiato drasticamente la sua vita, violando la sua realtà e calpestando i suoi diritti.
Ciò che preoccupa maggiormente è proprio questa mancanza di tutela: è allarmante pensare che un bambino così piccolo sia stato allontanato dalla sua casa e costretto a passare i suoi giorni in una struttura di detenzione nonostante, come riportato dall’avvocato Marc Prokosch, padre e figlio abbiano “fatto tutto secondo le regole. Non sono venuti illegalmente e non sono criminali”.
Biometria Facciale
Il dibattito che si è sollevato si concentra proprio sul tema della sicurezza, della propaganda e dei diritti civili ma, soprattutto, sul confine sottile che li separa. Il caso del piccolo Ramos è solo una rappresentazione di ciò che genera una preoccupazione diffusa tra i cittadini, la cui incolumità è messa sempre più a rischio. In questo clima di tensione, le innovazioni tecnologiche giocano un ruolo primario: l’utilizzo sempre più diffuso di nuovi sistemi per il riconoscimento e per la cattura, ottimizzati anche dall’impiego dell’Intelligenza Artificiale, non fa che aggravare la situazione.
Uno dei temi che genera maggiore turbamento riguarda proprio la scansione facciale, un metodo di riconoscimento sempre più utilizzato, presente anche in diversi aeroporti d’America dove, tuttavia, è garantita la libertà di sottrarsi al controllo. Il problema su cui si discute riguarda l’impiego, da parte dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), di strumenti per il riconoscimento facciale di un individuo anche in assenza di consenso.
L’applicazione più comunemente utilizzata a questo scopo prende il nome di “Mobile Fortify” e pare fare uso di alcune tecnologie fornite dalla NEC Corporation, tra cui NeoFace e NeoFace Reveal, tra i software di riconoscimento biometrico più avanzati in circolazione. Il sistema sfrutta un pattern basato sull’intelligenza artificiale che, a sua volta, utilizza modelli di deep learning per trasformare dati visivi in dati biometrici. Una volta acquisito il volto, questo viene messo a confronto con i dati contenuti negli archivi del Department of Homeland Security (DHS), ovvero il Dipartimento della Sicurezza Interna, il cui database ingloba milioni di dati biometrici originati da fototessere o visti. In questo modo, gli agenti dell’ICE riescono facilmente a stabilire le probabilità che l’individuo perquisito corrisponda a uno dei soggetti ricercati, agendo di conseguenza.
Droni
Altri dati preoccupanti derivano dall’uso dei droni da parte della polizia statunitense: secondo uno studio del Center for the Study of the Drone al Bard College, negli ultimi anni il numero di droni è aumentato notevolmente, passando da quasi zero nel 2014 a circa 2.000 nel 2021. Gradualmente, sono stati dotati di tecnologie sempre più all’avanguardia, come zoom e telecamere termiche. L’impiego di questi ultimi ha fatto risparmiare fondi alla polizia, riuscendo a rimpiazzare gli elicotteri; sono inoltre molto utili per le
operazioni di salvataggio, poiché riescono a localizzare l’area in cui si trova la persona che ha bisogno di soccorso.
Ad esempio, vengono utilizzati dai Vigili del Fuoco per verificare se in un palazzo in fiamme sia rimasto bloccato qualcuno, grazie allo zoom delle videocamere. Ciò è possibile anche nelle condizioni atmosferiche più instabili grazie alle telecamere a infrarossi. I droni sono inoltre preziosi per la raccolta di prove su una scena del crimine — come un omicidio o un incidente — offrendo un punto di vista differente e monitorando l’area circostante. Vengono poi impiegati per accedere rapidamente e in sicurezza alle zone a rischio dopo una catastrofe naturale, come un terremoto, portando aiuti umanitari, cercando feriti e sopravvissuti e mappando l’area colpita.
Tuttavia, non bisogna ignorare il fatto che la polizia utilizzi i droni anche per scopi che violano la privacy: molti sono preoccupati all’idea di camminare per strada inconsapevoli che ogni propria mossa sia supervisionata da una macchina sopra di sé. L’ICE, grazie a questo “occhio”, scova i cosiddetti “immigrati clandestini” o presunti tali, per poi condurli in strutture di detenzione. Un esempio eclatante dell’utilizzo dei droni da parte dell’ICE si è verificato a Minneapolis con il caso di Renee Nicole Good, una donna di 37 anni che, il 7 gennaio di quest’anno, dopo essere stata rintracciata e fermata dalla polizia con minaccia di arresto, è stata colpita a morte con tre colpi alla testa dall’agente Jonathan Ross. Purtroppo, questo non è un caso isolato, ma un chiaro esempio di come la tecnologia non debba essere usata se si vogliono garantire i diritti di ogni singolo cittadino.
Altri casi emblematici
L’azione svolta dal dipartimento dell’immigrazione risulta quindi definibile come un’opera di ricerca e rastrellamento di tutti coloro che sono considerati pericolosi per la comunità. Il corpo si muove irrefrenabilmente in questa direzione, seguendo un motto ormai fin troppo conosciuto: “the worst of the worst”, ossia “i peggiori dei peggiori”. I metodi di tracciamento si estendono anche all’utilizzo di diversi algoritmi, come quello di Palantir, o a controlli dettagliati dell’attività svolta sui social media. L’azienda di software Palantir, con sede a Denver, si è occupata dello sviluppo di un modulo operativo denominato Elite (Enhanced Leads Identifications & Targeting for Enforcement). Il sistema integra dati provenienti da una vasta gamma di fonti, inclusi quelli del Dipartimento della Salute, delle agenzie federali e di fonti commerciali, con lo scopo di offrire all’ente esecutivo la possibilità di individuare soggetti sospetti. Il software sfrutterebbe i dati ricevuti per la realizzazione di mappe geospaziali dinamiche, offrendo vere e proprie “piste operative” su cui l’ICE può pianificare le missioni. L’algoritmo di Palantir è stato capace di produrre risultati significativi per la polizia, come dimostrato dalla localizzazione e dall’arresto di Akhor Bozorov, entrato illegalmente nel Paese e colpito da un mandato di cattura internazionale per atti di terrorismo.
Nonostante tali risultati, l’azione dell’ente anti-immigrazione risulta col tempo sempre più invasiva. Negli ultimi mesi, il Dipartimento di Sicurezza ha inviato centinaia di mail alle piattaforme tecnologiche per convincerle a fornire i dati di utenti anonimi, così da rintracciare gli autori di post compromettenti per la loro azione. Attività simili erano già state portate avanti in passato, ma vi si ricorreva solo in casi di reati gravi, come il traffico illecito di sostanze. Un’innovazione che Steve Loney, avvocato della American Civil Liberties Union, definisce come “un salto di livello per frequenza e mancanza di responsabilità” da parte dell’ente governativo federale.
In conclusione, è innegabile che queste tecnologie innovative siano proficue, specialmente per la sicurezza internazionale; tuttavia, bisogna ricordare che un’applicazione non moderata delle stesse può risultare eccessiva e, forse, persino illegittima, in particolare se si considera il possibile danno causato alla libertà di espressione e di pensiero.



















