Omar El Akkad è uno di quegli scrittori che si fanno portavoce del mondo attraverso le proprie esperienze e origini. Nato al Cairo, cresciuto tra il Qatar e il Canada, ha vissuto fin da giovane la condizione dell’esilio, dell’essere considerato fuori posto ovunque si trovasse. Questo pellegrinaggio lo ha reso capace di guardare il mondo con uno sguardo doppio: quello di chi appartiene e, allo stesso tempo, di chi osserva da fuori. Prima di diventare scrittore, El Akkad è stato giornalista: ha raccontato le guerre in Afghanistan, le rivolte della Primavera araba, le tensioni di Guantánamo e le proteste di Black Lives Matter. È un testimone del nostro tempo, ha visto come la violenza si intreccia con la retorica, e come le parole possano servire tanto a denunciare quanto più a coprire.

Già nei suoi romanzi precedenti, come American War of What Strange Paradise, El Akkad aveva affrontato il tema della sofferenza e della migrazione, ma con Un giorno tutti diranno di essere stati contro il tono cambia radicalmente. Qui non c’è più la finzione a filtrare il reale: il libro nasce da un’urgenza immediata, scaturita da un messaggio pubblicato sui social il 25 ottobre 2023, all’inizio della guerra a Gaza:“Un giorno, quando sarà sicuro, quando non ci sarà alcun rischio personale nel chiamare le cose con il loro nome, quando sarà troppo tardi per ritenere qualcuno responsabile, tutti diranno di essere stati contro”. In quelle poche righe c’era già tutto: la rabbia, la delusione, la consapevolezza che la coscienza pubblica si attiva solo quando è troppo tardi. Il tweet è diventato virale, ma El Akkad non si è fermato alla viralità: lo ha trasformato in un libro denso e implacabile, un saggio sulla memoria e sulla colpa, ma anche sulla fragilità morale dell’Occidente.

Nel corso delle sue pagine, El Akkad mette sotto accusa la costruzione ideologica della nostra civiltà, in particolar modo la distanza tra i valori proclamati e la realtà dei comportamenti. L’Occidente, dice, ha fatto della parola “diritti” una bandiera, ma la sventola solo quando gli conviene. Ciò che denuncia con forza è l’ipocrisia: “Negli articoli sulle atrocità commesse dai nemici dell’Occidente — scrive — nessuno muore in un’esplosione. Gli edifici non crollano da soli. Ma quando le bombe le lanciano gli alleati, allora tutto diventa passivo, neutro, inevitabile.” In queste righe non c’è solo la rabbia del giornalista, ma la lucidità di uno che sa come il linguaggio costruisca il mondo. Le parole sono la prima forma di violenza, o di giustizia. Chiamare le cose con il loro nome, in questo caso genocidio, per El Akkad, è un dovere morale. Tacere significa partecipare alla menzogna.

Il libro non è un saggio accademico: è un testo breve, frammentario. Alterna riflessioni politiche a confessioni personali, frammenti di esperienze a intuizioni morali. Si avverte che è stato scritto in uno stato di urgenza, come se ogni parola dovesse nascere per necessità. L’autore scrive per chi non può, per chi non viene ascoltato, ma anche per chi preferisce non ascoltare. È un testo che interroga più di quanto risponda, che ferisce più di quanto consoli.

Nel cuore del libro c’è la questione della memoria. “Un giorno tutti diranno di essere stati contro” è una condanna della memoria ipocrita, di quella tendenza umana a collocarsi dalla parte giusta dopo che la storia ha già deciso chi sono i colpevoli e alla fine, purtroppo, di non imparare mai dal passato. El Akkad denuncia la logica del “poi”: poi ci indigneremo, poi ricorderemo, poi diremo di aver saputo. Ma la verità, dice, è che la giustizia morale esiste solo nel prima, quando è rischioso parlare, quando il silenzio è più comodo. È qui che la sua voce si fa universale, perché non parla solo della Palestina ma anche dell’Afghanistan, del Vietnam, della Corea e di tutte quelle volte in cui la coscienza collettiva arriva tardi: le guerre dimenticate, i profughi senza nome, le crisi che smettono di essere notizie. È un monito che riecheggia come una profezia amara e che ricorda certe parole di Primo Levi: “Comprendere è impossibile, ma conoscere è necessario.”

Il linguaggio è uno dei bersagli principali del libro. El Akkad mostra come, nei media e nella politica, il modo in cui si racconta la guerra determina ciò che il pubblico può provare. È l’uso delle parole — non i fatti in sé — che stabilisce chi è vittima e chi è colpevole. Parlare di “danni collaterali”, di “reazioni proporzionate”, di “eventi tragici” è, per l’autore, un modo di svuotare la verità. “Le parole — scrive — sono state addestrate a mentire meglio delle persone.” Questa frase, che riassume lo spirito del libro, suona come un pugno nello stomaco: perché non parla solo dei giornali, ma di tutti noi, della nostra capacità di assuefarci a un linguaggio che ci protegge dal dolore.

Ma Un giorno tutti diranno di essere stati contro non è solo un atto d’accusa: è anche un invito. L’autore non chiede di scegliere una parte politica, ma una parte umana. Chiede responsabilità. Chiede di essere scomodi. “Il coraggio — come dice Orwell — non è dire la verità quando è sicuro, ma quando costa qualcosa.” In questo senso, il libro non parla solo della guerra, ma del nostro modo di stare al mondo: di come reagiamo davanti all’ingiustizia, di quanto facilmente cediamo alla comodità del silenzio. È un testo che ci costringe a guardarci allo specchio, e che non ci lascia scampo.

Dal punto di vista letterario, El Akkad scrive con una prosa limpida, quasi fredda nella sua precisione, ma capace di momenti di grande bellezza. Non è un libro facile: la sua chiarezza è implacabile, e chi legge può sentirsi a disagio, in colpa, persino attaccato. Ma forse è proprio questo il suo scopo. Non consola, non offre soluzioni: pretende che il lettore diventi parte della questione.

Eppure, nel rigore del suo sguardo, c’è una forma di speranza. El Akkad crede ancora che le parole possano cambiare le cose — ma solo se usate nel momento giusto, quando fa male pronunciarle. Il suo saggio è un promemoria di responsabilità: ci ricorda che l’ingiustizia non è un incidente ma una scelta collettiva, e che il silenzio è una forma di complicità.

In fondo, il libro di El Akkad non parla solo di Gaza o dell’Occidente: parla del nostro tempo intero, del modo in cui raccontiamo le tragedie e di come costruiamo la memoria. È un libro che resterà, perché mette a nudo la fragilità morale del nostro sguardo.

Leggere Un giorno tutti diranno di essere stati contro significa accettare di essere interrogati. È un libro che non si può chiudere senza chiedersi: io, oggi, cosa sto facendo?

 Cosa dirò, domani, di essere stato “contro”?

G.T. 5A

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