Una breve storia
Per gran parte della sua storia moderna, il Nepal è stata una monarchia Indu assoluta, basata sull’idealizzazione del monarca come incarnazione della principale divinità nepalese.
A lungo la monarchia è stata un collante per questo paese, ma negli ultimi decenni questo antico ordine è collassato.
Nel 1990 delle proteste di massa costrinsero il re ad accettare riforme democratiche e una nuova costituzione che limitava i suoi poteri. Il Nepal diventò così una monarchia costituzionale. L’evento che però minò la dinastia monarchica fu il massacro reale avvenuto il 1° Giugno 2001: quella notte, durante una cena di famiglia a palazzo, il principe ereditario Dipendra aprì il fuoco e sterminò nove membri della casa reale. Il trono passò nelle mani di Gyanendra, fratello minore di Birendra. Con questa strage, la fiducia nella monarchia crollò.
Su questo terreno fertile di delusione nei confronti della monarchia, si insediò un’insurrezione armata di stampo maoista.
Già dal 1996 un gruppo organizzato guidato da Prachanda iniziò una guerra popolare contro l’élite dominante, con l’obiettivo di costituire una repubblica maoista: essi prevedevano la redistribuzione dei terreni, la cancellazione dei privilegi monarchici e l’instaurazione di un potere popolare sul modello di Mao Zedong. La ribellione si estese dopo la tragedia a palazzo, e nel 2005 Gyanendra sciolse il governo e instaurò una dittatura personale. Dopo i grandissimi moti della guerra civile nepalese, però, il dittatore annunciò la restituzione dei poteri. Finiva così il periodo della monarchia, dopo una guerra durata 10 anni, il 28 maggio del 2008, e veniva proclamata la Repubblica Federale Democratica del Nepal.
Molti filo-monarchici hanno criticato l’assetto democratico del paese, anche perché la costituzione definitiva arrivò solamente nel 2015, 7 anni dopo la fine della monarchia.
Settembre 2025
Nei primi di settembre 2025, si sono verificate diffuse proteste, note come “2025 Nepalese Gen Z protests”, in molte città del paese. Le manifestazioni, iniziate contro il divieto dei social media imposto dal governo e contro la corruzione, sono sfociate in violenze, incendi di edifici pubblici (tra cui il parlamento) e scontri con la polizia. Di conseguenza, il governo guidato da K. P. Sharma Oli è caduto, e il parlamento è stato sciolto. È stato nominato un governo di transizione guidato da Sushila Karki a partire dal 12 settembre 2025.
Come si è potuto vedere In 48 ore l’ondata di proteste ha spazzato via l’intera classe politica
che ha amministrato il Nepal dal 2008 in poi.
La nuova generazione di manifestanti rappresenta un movimento senza un unico leader, in cui i membri sono uniti contro la corruzione del governo. Il Nepal è sempre stato un paese povero, più di un terzo del PIL nazionale deriva dalle rimesse degli espatriati, che inviano denaro alle loro famiglie. Il motivo di queste crescenti migrazioni è anche uno dei motivi principali che hanno portato agli episodi di violenze e rivolte dello scorso settembre, ossia la disoccupazione giovanile e la mancanza di opportunità economiche. Nelle settimane precedenti alle rivolte, l’hashtag #nepokids aveva iniziato ad essere di tendenza in Nepal, e veniva mostrata nei post la vita lussuosa dei figli dei politici. L’ultimo tassello che serviva a far scoppiare la rivolta è stato aggiunto dal divieto dei social media, la decisione di oscurare 26 piattaforme social.
Migliaia di persone, soprattutto giovani della Generazione Z, che comprende ragazzi di età compresa tra i 15 e i 30 anni, sono scese in piazza per protestare contro la censura e la limitazione di libertà di espressione, ma anche per accusare il governo di autoritarismo, di corruzione e di nepotismo.
L’effettiva entrata in vigore della legge ha fatto esplodere il malcontento: nella giornata di lunedì 8 settembre i cortei hanno preso una piega violenta, con i manifestanti che hanno lanciato pietre contro la casa del premier Sharma Oli. La polizia ha risposto in modo brutale, con l’utilizzo di idranti, manganelli e proiettili di gomma. Nella stessa serata è stato revocato il blocco dei social, per “venire incontro alle richieste della Generazione Z” ma questo non ha placato le tensioni. Nella giornata di martedì 9 settembre sono stati appiccati fuochi al palazzo del Parlamento a Kathmandu, capitale del Nepal, mentre in altre città sono proseguiti gli scontri con la polizia. I ministri si sono probabilmente nascosti o sono scappati, a partire da Sharma. Il vuoto politico è stato assunto dall’esercito, ma i vertici dell’arma assicurano che non verrà indetta una dittatura militare. Manifestanti e militari si sono incontrati per individuare una personalità super partes in grado di ricoprire le funzioni di primo ministro ad interim a traghettare il Paese verso nuove elezioni.
La Gen Z
Ciò che più sorprende di tutta questa situazione è il ruolo decisivo che hanno giocato i social media: molti articoli e giornali hanno definito la rivolta come “la protesta della Gen Z” -ricollegandosi facilmente al blocco imposto all’uso delle piattaforme digitali – rischiando così di confondere i cittadini su quelli che sono i veri motivi della protesta.
Il blocco imposto alle piattaforme social è stato solo uno dei tanti fattori scatenanti della rivolta, che in realtà affonda le sue radici a partire dai primi anni Duemila e si riconduce alla necessità da parte della popolazione di riorganizzare il paese per renderlo giusto ed equo.
Ecco come il blocco dei social si mischia e si aggiunge indissolubilmente alla grande ondata di rabbia e protesta: la censura di Internet ha sicuramente scatenato le grandi masse di ragazzi appartenenti alla Gen Z, ma si devono mettere in conto anni e anni di corruzione del governo che hanno spaccato ancora di più la crepa di natura economica presente tra i membri politici e tutto il resto della popolazione.
In tutta questa faccenda, l’elezione della nuova premier tramite l’utilizzo di Discord, un social di comunicazione, ha ricoperto un ruolo significativo. La votazione, simbolo di rinascita e trasformazione, ha raggiunto addirittura un’affluenza di circa 10.000 utenti nel canale “Youth against corruption”, mentre un altrettanto numero di partecipanti ha assistito alla live del dibattito per le nuove elezioni
Si potrebbe quindi definire una riorganizzazione dal basso: per la prima volta nel paese un processo è risultato del tutto trasparente, proprio grazie all’esistenza delle piattaforme digitali. Tuttavia, la votazione solleva molti dubbi: i social non sono pensati come mezzo di consultazione per un’elezione politica. Il processo in sé è risultato accessibile solo a chi aveva accesso ad internet, generalmente giovani dei centri urbani ed istruiti, e non è stata garantita alcuna azione contro i voti multipli o le manipolazioni. Dal canto suo, però, la premier ha affermato l’intento di non voler restare oltre sei mesi, per poi restituire il potere al futuro parlamento, con l’obiettivo, quindi, di garantire la formazione di una vero esecutivo democratico.
Spesso siamo abituati a pensare che i social siano uno strumento “dei ragazzi”, utile solo a divertirsi e a perder tempo. Ma esso puoʻ anche avere un ruolo altamente divulgativo, e il suo blocco può ostacolare la libertà di parola, di condividere e di commentare insieme la realtà, impedendo così la libertà degli utenti di sviluppare autonomamente il proprio pensiero e la propria opinione.


















