La campagna elettorale di Mamdani e la sua storia  

La storia del nuovo giovane sindaco di New York Zhoran Mamdani, è breve ma ricca di vicissitudini. Zohoran nasce in Uganda da genitori indiani, per poi trasferirsi negli USA all’età di sette anni.  La madre è la famosa regista cinematografica Mira Nair, mentre il padre, Mahmood Mamdani, è docente di politica internazionale e antropologia. Mandami frequenta il Bronx High School Science, per poi laurearsi in  studi africani al Bowdoin College nel 2014 ottenendo la cittadinanza solo nel 2018. Prima di dedicarsi alla politica, Mamdani ha vissuto una singolare esperienza nel mondo dell’hip hop con il nome d’arte Mr. Cardamom. I suoi brani, spesso ispirati alla sua identità musulmana e alle radici indiane, gli hanno permesso di raccontarsi in modo diretto e originale. Anche se lui stesso li definisce “di serie B”, alcuni video hanno trovato notevole risonanza tra i giovani, contribuendo a costruire un’immagine autentica e vicina alle nuove generazioni. Un passato insolito che è però immediatamente diventato un tratto distintivo della sua narrazione politica, capace di unire cultura pop e impegno progressista. 

Mamdani inizia a partecipare attivamente alla politica nel 2019 come attivista, battendosi per i diritti degli abitanti del Queens per poi entrare nel 2020 nel consiglio comunale facendo parte del partito democratico e molto vicino ai “Democratic Socialists” (la più grande associazione socialista presente negli USA). Durante il mandato ha promosso iniziative concrete, dalla gratuità temporanea di alcune linee di autobus a programmi di sostegno economico per i cittadini più vulnerabili. La sua strategia politica come candidato a sindaco nel 2025 ha avuto riscontri positivi  grazie a due motivi : in primo luogo per il suo approccio innovativo basato su una forte presenza sui social media, in cui è stato protagonista di contenuti virali e video che richiamano la cultura popolare e le sue radici indiane. Nel programma elettorale, Mamdani ha poi puntato su temi chiave come la regolamentazione degli affitti, la tassazione dei più ricchi, la decriminalizzazione della povertà e l’accesso gratuito ai trasporti pubblici. Il secondo motivo riguarda la sua vita privata: è sposato  con l’artista e illustratrice Rama Duwaji alla quale è dovuta parte della sua popolarità.

 

La reazione di Trump 

Dunque il 4 novembre la Grande Mela ha scelto Zohran Mamdani come suo centoundicesimo sindaco. Subito dopo la vittoria il presidente Trump ha commentato su Truth Social: “Trump non era sulla scheda elettorale”, suggerendo che la paralisi dell’amministrazione federale, il cosiddetto shutdown, e soprattutto il fatto che il presidente stesso non si fosse potuto candidare a sindaco, fossero la causa principale per cui il partito repubblicano non avesse vinto, aprendo la strada alla vittoria di Mamdani. 

Nei giorni successivi Trump è andato oltre: in un messaggio molto critico il presidente ha definito Mamdani “un comunista” e ha accennato al fatto che Washington potrebbe tagliare drasticamente i fondi federali destinati a New York. 

La reazione di Mamdani alle provocazioni e alle minacce del presidente Trump non è tardata ad arrivare, anche con frasi provocatorie del tipo: “Turn the volume up”- ovvero “alza il volume”- metafora potente che si può leggere come un avvertimento al presidente: la voce del popolo, degli emarginati, dei lavoratori, delle minoranze non sarà più ignorata.

Nonostante la diffidenza tra il presidente Trump e il neo sindaco Mamdani, nell’incontro alla Casa Bianca avvenuto il 22 di questo novembre i due hanno conversato con toni concilianti su argomenti quali il costo della vita, l’ edilizia abitativa, la sicurezza e l’accessibilità ai servizi della città. Dopotutto -si sono detti- sono entrambi cresciuti nella Grande Mela e entrambi desiderano solo il meglio per la città. Al termine dell’incontro il presidente Trump ha riconosciuto che Mamdani ha “alcune idee molto interessanti”, si è detto possibilmente disposto a collaborare. Insomma Trump sembra aver assunto una posizione molto più morbida e aperta rispetto a quella iniziale.

 

Il cambiamento e la speranza  

L’elezione di Mamdani è da considerarsi un momento decisivo per la politica americana e rappresenta un punto di svolta per la città e per il paese in sé. Molti però non sanno che questa è solo una delle diverse elezioni locali che, di recente, hanno visto la vittoria del Partito Democratico su quello Repubblicano. 

Dopo anni di crisi e di difficoltà, in cui i democratici si sono trovati spesso a riscontrare numerosi fallimenti in assenza di un adeguato sostegno da parte della popolazione, pare proprio che con le vittorie di Mamdani a New York,  di Abigail Spanberger e Mikie Sherrill (queste ultime  sono state elette governatrici rispettivamente in Virginia e New Jersey) la ripresa dei Democratici sia ormai da considerarsi realizzabile. Tuttavia si tratta sempre di previsioni del tutto ipotetiche: è già successo, in passato, che questa fazione si trovasse in una condizione di momentanea crescita per quanto riguarda la tornata elettorale, e che, tuttavia, i risultati finali non fossero quelli sperati. Uno dei fattori scatenanti di queste sconfitte è stato proprio l’allontanamento dei democratici dai bisogni della classe operaia, spesso avvenuto a favore delle richieste dei ricchi donatori del partito, o sotto la pressione dei funzionari maggiori. E’ opportuno ricordare infatti che il neo sindaco non ha vinto le elezioni contro la destra, ma contro un esponente di centrosinistra del Partito Democratico: il suo antagonista Andrew Cuomo che fa parte di una storica famiglia dell’élite progressista.

Di conseguenza, ciò che ora tutti si domandano è quale sarà l’evoluzione di questa nuova realtà e se Mandami sarà capace di rispettare le promesse fatte durante la campagna elettorale. L’impegno di cui si è fatto carico è di notevole importanza: nel suo discorso dopo l’elezione ha definito New York come “una città di immigrati, ora guidata da un immigrato” e ha ringraziato il forte sostegno ricevuto dai giovani, affermando che questa città è anche loro, così come lo è la Democrazia. Come primo cittadino di origine musulmana a capo della Grande Mela, il suo ruolo risulta ormai fondamentale: restituire la città ai cittadini. La città, secondo il programma di Mandami, deve tornare a essere luogo accogliente e inclusivo per chi la abita e non deve più appartenere solo alla finanza e agli investimenti. 

 Dunque un programma di giustizia sociale e welfare che oggi viene presentato come “radicale” e “di sinistra” solo perché si misura con le tante disuguaglianze della società americana, cresciute esponenzialmente negli ultimi decenni dominati dalle politiche neoliberali. 

 

Le reazioni in Italia 

La notizia della vittoria di Mamdani come sindaco di New York ha diviso la classe politica italiana generando reazioni che partono dall’entusiasmo per il cambiamento al timore che questa vittoria possa significare. 

Infatti da una parte si è alzato l’apprezzamento della sinistra italiana: la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha commentato: ”Splendida vittoria di Zohran Mamdani a New York. Con un messaggio chiaro contro il caro vita”. Il commento è emblematico poiché evoca un sorta di politica di speranza che vince sulla politica della paura. 

Dall’altro lato, la reazione delle forze politiche di destra è stata netta e critica. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha scritto sui social: “Primo sindaco islamico a New York. Nella città ferità l’11 settembre hanno scelto un cittadino socialista, pro Pal e pro gender che nel 2021 aveva persino strizzato l’occhio all’abolizione della proprietà privata”. Della stessa opinione è il vicepresidente ed europalamentare leghista, Roberto Vannacci, che ha detto: “24 anni dopo l’11 settembre 2001, New York ha un sindaco musulmano. Così l’Occidente celebra la propria resa culturale chiamandola progresso” 

Una valutazione più moderata proviene dal centrodestra con il commento di Licia Ronzulli che ha dichiarato:”Zhoran Mamdani non è il mio sindaco, non avrei votato nessuno dei tre candidati a New York. Fa sorridere vedere come la Schlein e la sinistra cerchino di appropriarsi di simboli che non sono loro. Il suo programma non sta in piedi”.  In questo commento si coglie una critica più incentrata  sul “programma” e sulla sua praticabilità, piuttosto che sul contenuto identitario.

Da notare che buona parte dei commenti italiani — specialmente quelli critici — non si sono focalizzati su quali saranno le politiche concrete che Mamdani metterà in atto a New York, ma piuttosto sul suo profilo identitario (musulmano, “altro”) e sul “simbolo” che rappresenta. Allo stesso tempo, la sinistra italiana ha usato l’evento come occasione di riflessione su ciò che la propria politica avrebbe potuto essere o tornare a essere.In sintesi, l’insieme delle dichiarazioni italiane riflette una polarizzazione forte: da una parte un entusiasmo progressista per un risultato che viene letto come opportunità di cambiamento, dall’altra un forte timore identitario, culturale e politico.

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