Ogni grande evento della storia è accompagnato da un simbolo: la bandiera francese per la Rivoluzione, il fazzoletto rosso della Resistenza partigiana, il pugno chiuso di Black Lives Matter. Nel 2025 la bandiera della Palestina, viaggiando tra università, manifestazioni e cortei, ha assunto una forza simbolica che va oltre la solidarietà: è diventata l’emblema delle ingiustizie del mondo contemporaneo: il colonialismo, l’oppressione sistemica, la violenza sui civili, ma anche la responsabilità di governi che scelgono di non condannare apertamente, o comunque non abbastanza fermamente, tali azioni per convenienze politiche ed economiche.
La Global Sumud
In queste trame geopolitiche si inserisce la missione non solo umanitaria-ma anche e soprattutto politica- della Global Sumud Flotilla. La missione internazionale, composta da più di quaranta imbarcazioni con attivisti e attiviste provenienti da quarantaquattro paesi, si era posta l’ obiettivo di rompere il blocco di Gaza e di portare cibo e aiuti alla popolazione palestinese. Partita tra la fine di agosto e l’inizio di settembre da diversi porti del Mediterraneo tra cui Barcellona, Genova e Tunisi, il primo ottobre la flotta è stata intercettata e abbordata dall’esercito israeliano, a largo delle coste di Gaza, in acque internazionali. Essendosi posta l’obiettivo di rompere l’assedio della Striscia, la Sumud è stata accusata di essere “solo un simbolo”, di aver disatteso il compito umanitario e di compromettere i piani di pace in corso.
Non è la prima volta che imbarcazioni di attivisti provenienti dal mondo delle associazioni e dalla società civile tentano di intervenire per fermare le occupazioni israeliane sui territori palestinesi: un esempio è stata la missione del 2010 in cui la Mavi Marmara è stata intercettata e attaccata. E’ doveroso ribadire tuttavia che tali iniziative pacifiche rappresentano un atto di resistenza non violenta, esse non si prefiggono solo obiettivi umanitari ma hanno come scopo quello di sensibilizzare l’opinione pubblica (per esempio utilizzano la visibilità mediatica per informare il mondo sulla crisi umanitaria), stimolando il dibattito pubblico e esercitando pressione sui governi affinché intervengano.
L’enorme supporto dato alla Sumud ha rappresentato proprio questo: una risposta da parte della società civile all’inazione del governo di fronte a un genocidio perpetrato da mesi sulla popolazione palestinese. Studenti, lavoratori, sigle sindacali e associazioni hanno sentito l’esigenza di prendere una posizione netta di fronte alla morte di migliaia di civili innocenti e contro un’occupazione che va avanti da decenni.
Sembra chiaro dunque che le mancate o tardive sanzioni al governo israeliano-in particolare l’impunità di Netanyahu-siano diventate palesi e intollerabili agli occhi della società civile e sono il segno di una politica opportunistica da parte dell’Occidente in netto contrasto con la sua posizione – giustamente – intransigente verso la brutale invasione dell’Ucraina da parte della Russia. In aggiunta, proprio la reazione contro la Flotilla da parte dell’esercito israeliano ha evidenziato ancor più come Israele abbia continuato ad agire ignorando il diritto Internazionale, arrivando ad abbordare e arrestare civili in acque internazionali e, secondo le testimonianze di alcuni attivisti, a sottoporli a torture prima del rimpatrio.
La piazza e la scuola
In questo clima di indignazione le piazze italiane si sono riempite: tra le mobilitazioni più significative ricordiamo lo sciopero generale del 22 settembre e quello del 3 ottobre (dopo l’abbordaggio della Flotilla), che hanno paralizzato intere città italiane e acceso un grande dibattito politico.
Dopo lo sciopero del 3 ottobre, il giorno dopo, sabato 4 ottobre, migliaia di persone hanno preso parte alla manifestazione nazionale per la Palestina, contro il massacro di civili a Gaza e in sostegno agli equipaggi della Global Sumud Flotilla. L’enorme corteo, formato da moltissime associazioni, sindacati di base e collettivi studenteschi giunti a Roma da tutta Italia, è partito alle ore 14:30 da Porta San Paolo ed è arrivato a piazza San Giovanni. Erano presenti realtà solidali e cittadini comuni, tra cui molte famiglie con bambini: tutti si sono uniti per chiedere la fine del genocidio dei gazawi e per sostenere l’ingresso dei convogli carichi di aiuti umanitari ma soprattutto per esercitare pressione sul governo affinché si mobilitasse per le sorti delle persone imbarcate sulla Global Sumud Flotilla che proprio in quei giorni si stava avvicinando alle acque territoriali israeliane.
Oltre ai grandi appuntamenti nazionali, molti comuni italiani hanno tentato di tenere accesi i riflettori sul genocidio. A livello locale sono state promosse numerose iniziative come azioni di piazza, flash mob, letture di poesie e proiezioni di film. Alcuni flash mob, come quello del maggio scorso che ha invitato a esporre lenzuola bianche per rappresentare i corpi delle vittime e chiedere un cessate il fuoco, hanno avuto molto successo e visibilità mediatica. Anche in città meno grandi, nelle piazze e addirittura negli ospedali ci sono stati presidi legati alla mobilitazione nazionale in segno di solidarietà e protesta.
Un’ altra forma di manifestazione meno visibile ma che ha avuto molta risonanza soprattutto sui social è stata l’azione di boicottaggio dei marchi che supportano lo stato di Israele, sia quelli che lo finanziano direttamente, sia quelli che sono affiliati a marchi che lo supportano. Si tratta di azioni apparentemente insignificanti se considerate singolarmente, ma quando sono rapportate su larga scala, possono effettivamente cambiare qualcosa. Il boicottaggio, anche chiamato BDS (dall’inglese boycott, divestment, sanctions) è una pratica che affonda le sue radici nella storia ed è utilizzata come strumento di protesta e pressione per influenzare decisioni politiche, economiche e sociali. Un caso emblematico è stato il boicottaggio internazionale contro il regime dell’apartheid in Sudafrica, durato decenni in cui grazie alla pressione esercitata da consumatori, aziende e governi di tutto il mondo, il Sudafrica è stato isolato economicamente, accelerando la fine dell’apartheid.
Anche noi giovani abbiamo avuto un ruolo significativo in queste manifestazioni, è stata infatti massiccia la partecipazione delle scuole, dei docenti e dei collettivi studenteschi. Noi studenti e studentesse del liceo Volterra, durante lo scipero del 22 settembre, abbiamo organizzato autonomamente una manifestazione a sostegno della causa palestinese nel parcheggio adiacente alla scuola con l’obiettivo di diffondere consapevolezza tra i ragazzi. La mattinata è stata suddivisa in una prima parte di interventi programmati (sia di studenti che di professori) a cui è seguito un momento di confronto in cui ognuno ha avuto modo di condividere le proprie riflessioni. Abbiamo potuto constatare che l’opinione degli stessi ragazzi che hanno partecipato all’iniziativa è radicalmente diversa: alcuni hanno vissuto la manifestazione come un momento di unione tra studenti di una stessa realtà in nome della corretta informazione e della responsabilizzazione; altri l’hanno ritenuta come l’ennesimo tentativo degli studenti di chiudersi esclusivamente all’interno della realtà del Volterra, decidendo di manifestare da soli piuttosto che unirsi alle altre scuole a Roma, finendo quasi per non fare rumore.
Come abbiamo avuto modo di vedere l’indignazione per la causa palestinese sta risvegliando l’interesse per la politica, per la partecipazione e per le manifestazioni di piazza. Molti sono i giovani che hanno desiderio di informarsi, di capire e prendere una posizione. Quello del genocidio a Gaza è forse il tema più polarizzante degli ultimi anni, forse il primo capace di costringere tutte e tutti a scegliere da che parte stare, se mobilitarsi o il limitarsi di essere spattatori dal divano di casa.
In Italia, questo risveglio è avvenuto nonostante la tendenza del governo a scoraggiare il dissenso, etichettando le manifestazioni come pericolose, e dei media che puntano il riflettore spesso solo sugli incidenti o sui momenti di tensione che le hanno caratterizzate, come quelli effettivamente avvenuti il 4 ottobre a Roma a fine manifestazione. Ciò ha fatto pensare che da parte della classe dirigente più reazionaria ci sia il timore non tanto della protesta in sé, quanto la possibilità che da essa emerga una generazione politicamente unita e consapevole, in grado di mobilitarsi contro un’aggressione illegittima e violenta.


















