L’isola di plastica

A cura della classe 1SA (2020-21)

Quest’anno nell’ambito del progetto d’Istituto “Volterra Sostenibile” abbiamo analizzato il problema della plastica nel mare, facendo una ricerca specifica sull’esistenza della famigerata “ISOLA DI PLASTICA”; conoscendo le microplastiche abbiamo visto come esse possano impattare negativamente sulla biodiversità e sugli ecosistemi marini. La riflessione che più ci ha coinvolti in termini di sviluppo sostenibile riguarda ciò che noi possiamo fare nella quotidianità per preservare il pianeta in tutta la sua ricchezza e diversità.

Il link rimanda al nostro lavoro        L’Isola di Plastica

Infografica

 

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Il Pacific Trash Vortex

A cura della Classe 1E (2020-21)

Il Great Pacific Garbage Patch, o Pacific Trash Vortex è situato tra il Giappone e le Hawaii, è l’accumulo più grande di tutti i mari, secondo uno studio scientifico si ritiene che l’isola di plastica nel Pacifico sia come un continente di rifiuti in costante crescita. Misura circa 1,6 milioni di km² e contiene circa 80.000 tonnellate di rifiuti. Per dare un’idea delle sue dimensioni, la superficie di questa isola di plastica è stata paragonata a oltre tre volte quella della Francia. Nonostante le sue dimensioni, più del 90% è costituita da minuscoli frammenti.

Isola di plastica (UDA – Classe 1E)

“Dialogo della Natura e di un Islandese” in tempi di Coronavirus

di Alessandro M. (5A – 2020-21)

Il “Dialogo della Natura e di un islandese” è uno scritto facente parte delle “Operette morali” di Leopardi. Questo intenso dialogo riflette sulla crudeltà della natura, la quale tormenta incessantemente gli uomini con disastrosi fenomeni naturali e terribili malattie. L’immagine della natura che ci viene restituita è quella di una crudele matrigna che mette al mondo i propri figli con il solo scopo di farli soffrire. Essa ci invita come ospiti alla sua grande casa, promettendoci cose meravigliose e dandoci nei verdi anni giovanili radiose speranze, che in definitiva si rivelano solo dei meschini inganni. La Natura stessa risponde alla pesante accusa dicendosi indifferente ai sentimenti degli uomini, collocando il suo agire in un contesto meccanicistico, in cui la distruzione è necessaria tanto quanto la creazione.

FILOSOFIA/ Maurice Blondel, colui che raccontò l'uomo fra i suoi limiti e  l'infinitoQuesta eccezionale operetta fu scritta nel 1824, e da quel momento non ha mai smesso di rivelare la sua sconfinata potenza, che si è dimostrata sciolta da vincoli temporali. Queste amare riflessioni filosofiche sono infatti più che mai applicabili ai nostri tempi di pandemia. Cos’altro è questo virus che affligge tutti noi, se non l’ennesima prova di efferata crudeltà da parte della natura? Anche se, in effetti, essa resta pur sempre indifferente alla nostra sofferenza. La triste verità è che questo virus non è una punizione divina, né tantomeno una prova inviataci da un ente superiore. Questo virus è semplicemente l’ennesimo essere vivente che afferma la sua volontà di vivere a discapito degli altri. Il coronavirus è incosciente di tutto quello che fa. Ad esso non importa dell’amore che si prova verso una persona a noi cara, o dei nostri piani di vita. La questione diventa straziante pensando in particolar modo a vecchi e giovani. Queste povere creature si ritrovano private dei loro ultimi anni di vita nel caso dei vecchi, e dei migliori e più spensierati per quanto riguarda i giovani. Nel mio caso specifico, io, ormai quasi diciottenne, sento che mi è stato sottratto un intero anno di vita. Ma soprattutto, ci è stata tolta la possibilità di vivere accanto alle persone a noi care. Eppure sebbene la colpa sia da imputare al COVID, appare evidente il fatto che questa malattia sia completamente indifferente a tutto ciò che riguarda le nostre inutili dinamiche umane. Le nostre gioie e i nostri dolori non contano nulla. Quindi a livello razionale risulta impossibile prendersela con un virus incosciente che cerca solo di sopravvivere, allo stesso modo di noi, fragili foglie marroni immerse nella bufera che è la vita. 

Quindi, in definitiva, di chi è veramente la colpa di tutta questa ingiustizia e sofferenza? È forse di quel onnipotentemente impotente Dio, che amorosamente si gode lo spettacolo di questa strage mondiale? C’è almeno qualcuno che ricava qualche giovamento dalle nostre sofferenze, il quale si prenderà finalmente la responsabilità di tutte queste lacrime? 

Probabilmente la risposta è da trovarsi nell’assenza di risposte. Niente ha senso: né la vita, né l’amore, né il dolore, né la morte, né l’origine prima dell’esistente. Purtroppo, in ultima istanza, tutto questo dolore diventa un qualcosa di inutile e di profondamente irrilevante.

Ma in fin dei conti, non è forse ciascuno di noi un ente transeunte del tutto insignificante?

 

#dall’altroLato

– Bentornati! – sembrava esclamare il Vito al principio del nuovo anno scolastico, il quale veramente più di ogni altro possiamo definire “nuovo” perché fra rigide regole abbiamo osservato fin da subito delle novità: si respirava un’aria diversa, a partire dalle mascherine, per colpa delle quali, non solo ci mancava l’aria, ma soprattutto i sorrisi e le risate.

Purtroppo, dopo non molto tempo, abbiamo dovuto riabbandonare la scuola per una seconda volta: ancora adesso la didattica si svolge a distanza, come durante la scorsa primavera.

In particolare durante il lockdown di marzo, gli schermi erano il nostro principale contatto con il mondo esterno: per via web si lavora, si svolgono le video-lezioni, si parla con amici e parenti. 

In casa siamo al sicuro e non ci preoccupiamo di quel che succede fuori, così via via ci dimentichiamo del “fuori” e ci assuefacciamo alla comodità del nostro divano; non dovremmo, però, dimenticare chi si è messo in prima linea nella battaglia contro il virus.

Noi, studenti della 2A, abbiamo organizzato con entusiasmo un nostro progetto, “Dall’altro lato”: nella sessione di Public Speaking tenutasi sulla piattaforma Meet, alcuni ragazzi, in qualità di oratori, hanno introdotto i discorsi degli ospiti, ai quali tutti abbiamo potuto porre interessanti curiosità.

Si ringrazia la partecipazione delle psicologhe Federica Benvenuto e Luciana Cerreti, della preside Emilia d’Aponte, della dottoressa Elisabetta Abruzzese e del vicesindaco Ivan Boccali.latoVorrei iniziare condividendo una riflessione della psicologa Benvenuto, la quale si chiede se gli alunni delle prime classi degli istituti scolastici riusciranno a formare un solido gruppo: infatti, è proprio nella complicità con un compagno di banco, nel passaggio di una gomma o di una chiacchiera segreta durante la lezione, che ci si conosce.

Le piccole libertà, che ora ci sono precluse, le scopriamo adesso: nel frenetico ritmo della vita fra mezzi pubblici e locali non potevamo far caso alle piccole cose, ma ora abbiamo nostalgia delle parole, delle risate, della sola presenza di un compagno…

Ci mancano addirittura i professori, i quali mostrano il loro lato umano, infatti, come ci fa notare la preside, non hanno sempre i registro sotto il braccio: a volte si sentono le voci dei loro figli e altre squilla un telefono; ci accorgiamo di una vita privata vicina alla nostra e paradossalmente condividiamo la solitudine insieme. 

Se fisicamente siamo lontani, forse in realtà ci siamo avvicinati: in passato gli umani si riunivano in tribù per cercare cibo, difendersi dalle bestie e aiutarsi in condizioni climatiche avverse, ora, nel momento del bisogno, ci uniamo mostrando la nostra vera natura e, aldilà dei conflitti fra i vari popoli, dalla stessa parte combattiamo contro il virus.

Ritrovandoci nelle stesse condizioni e vedendoci ciascuno dalla rispettiva casa, si crea un’atmosfera familiare e confortevole, lo stesso vale per lo sportello d’ascolto: la psicologa testimonia che, nonostante la lontananza, durante gli incontri online ci si sente quasi sotto lo stesso tetto: nelle nostre case appariamo come siamo, mostriamo il nostro lato più vero, sia esteriormente sia interiormente. 

Nella radicata natura sociale s’inserisce la tecnologia: disperatamente usiamo i “device”, nodi di una rete telematica, come punti di congiunzione di un tessuto sociale.

L’uso improprio che facevamo dei dispositivi elettronici, fra giochi e applicazioni inutili, adesso diventa involontariamente vitale, unica occasione di contatto, seppur virtuale, con gli altri; si avverte sicuramente una sensazione di lontananza, ma aspettando cresce il desiderio: quando tutto finirà non vedremo l’ora di rivederci, noi, amici, parenti, compagni.

Il rientro a scuola è stato forse un crudele scherzo perché, dopo un’estate di quasi libero divertimento, credevamo di tornare alla normalità, invece, ci ritrovammo catapultati in un altro mondo, a seguire le lezioni dentro delle “cleanroom”: rispettando le fasce orarie, centinaia di pazienti aspettavano all’entrata di un ospedale, il liceo Vito Volterra.

Successivamente siamo finiti dalla padella alla brace: tutti a casa. 

L’avviso è passato rapidamente fra i messaggi dei gruppi di classe, ma senza punti esclamativi: non avevamo più la stessa euforia, quella soddisfazione di poter saltare la scuola un paio di giorni, per esempio per via dell’assenza d’acqua; al contrario, eravamo -e siamo- stanchi!

Inizialmente si respirava un’aria allegra e viva, fra le melodie e le canzoni di chi aveva il coraggio di fare spettacolo sul balcone; ora non abbiamo più neanche la forza di sdrammatizzare, poiché l’atmosfera diventa sempre più cupa e quasi perdiamo la speranza. 

In cosa sperare? 

Dobbiamo sperare nel lavoro di persone come gli ospiti del progetto “Dall’altro Lato”.

Noi, in qualità di cittadini responsabili e consapevoli, ci dovremmo affidare alle istituzioni, le quali, anch’esse hanno la responsabilità di tutelare la nostra salute; intanto, attendiamo una cura che possa mettere fine ai contagi e inaugurare l’inizio degli abbracci!

In futuro ci lasceremo tutto alle spalle, ma non dimenticheremo ciò che è successo, forse abbiamo già imparato qualcosa…

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. (Socrate)

di Alice B., Leandro L. e Silvia P.   (Classe 3C – 2020/21)

Salve a tutti, in questo articolo vorremmo parlarvi della nostra esperienza intrapresa nel corso di storia e filosofia, durante la didattica a distanza, che consisteva nel produrre un materiale multimediale di qualsiasi genere (video, power point, jam board, …) riguardante le epidemie nella storia dell’essere umano. L’idea è nata dopo aver affrontato la crisi del 1300 nel nostro percorso scolastico; inoltre, data la situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, ci è sembrato opportuno paragonare al Covid-19 le più importanti pestilenze che si sono abbattute sulle diverse realtà.

I tre progetti che vi presentiamo sono molto differenti l’uno dall’altro e sebbene i programmi e le modalità di realizzazione siano altrettanto discordanti, l’impegno e la nostra dedizione hanno reso l’intero lavoro omogeneo e armonico. Descrivendo l’attività nel dettaglio, abbiamo dato libero sfogo alla nostra fantasia, giocando con tematiche, collegamenti e sistemi di ogni genere per produrre un elaborato che risultasse esplicativo e divertente.

Al momento dell’assegnazione abbiamo ricevuto preziosi consigli dall’insegnante, che ci ha oltretutto fornito materiali e link a siti inerenti alla nostra ricerca; ci siamo immedesimati nei panni di giovani giornalisti e talvolta registi, alla ricerca di informazioni da tutte le fonti attendibili a nostra disposizione.

Il primo video (Epidemie nella Storia) è stato realizzato seguendo diversi step: innanzitutto è stato sviluppato un testo in bozza per la registrazione audio, secondariamente prodotta con microfono Agptek e accompagnata da un video descrittivo eseguito con la fotocamera Nikon d7000, dopo l’installazione di un set apposito per fornire la migliore qualità possibile. Per il montaggio finale è stato utilizzato DaVinci Resolve, un software per la correzione del colore e l’editing video non lineare per macOS, Windows e Linux, originariamente sviluppata da Vinci Systems e ora sviluppata da Blackmagic Design, dopo la sua acquisizione nel 2009.

Per creare le pagine di giornale (Letteratura e Pandemie), invece, il percorso di ideazione è stato diviso in tre parti: indagine e ricerca delle fonti, sviluppo dei diversi articoli, selezione e montaggio del prodotto.

La documentazione è stata fatta grazie ad un’accurata consultazione dei materiali precedentemente forniti dalla docente, ma non solo: abbiamo avuto la possibilità di cercare informazioni sul web e sui personali libri di testo. Successivamente la produzione degli articoli (operazione risultata tra le più impegnative) è stata possibile grazie a Google documenti, una funzione programmatica di Google Drive che permette agli utenti di elaborare testi, fogli elettronici, presentazioni e sondaggi.

L’assemblaggio finale è stato prodotto tramite Microsoft Word, un programma di videoscrittura prodotto da Microsoft, distribuito con licenza commerciale, parte della suite di software di produttività personale Microsoft Office, disponibile per i sistemi operativi Windows e macOS.

Il terzo prodotto multimediale è un video (L’impatto psicologico e le dinamiche sociali provocati dalle pandemie dal ‘300 a oggi) montaggio di foto, video, e slide schematiche, accompagnati dalla voce registrata direttamente dal microfono di un Iphone 11.

In primo luogo, è stata effettuata un’accurata ricerca e selezione tra la massiva quantità di siti web online, con l’obiettivo di vertere il tema del progetto a un aspetto psicologico/sociale riguardante le pandemie.

In secondo luogo, sono state scelte con cura le immagini e clip, su Google, talvolta Youtube e addirittura attraverso il social Pinterest, e montate insieme con l’utilizzo dell’applicazione per PC e mobile Videoleap, disponibile per iOS. Grazie alle funzioni premium dello stesso programma, la voce è stata inserita nel video e, infine, sono state aggiunte delle parole (è presente una vasta gamma di stili e font) o piccoli schemi in riferimento e in corrispondenza del discorso che prosegue.

Infine, attraverso la piattaforma GSuite, attivata dal nostro istituto sin dall’inizio dello scoppio epidemico, ci è stata data la possibilità di condividere il nostro lavoro con il docente e ricevere un’adeguata valutazione secondo le modalità di Google Classroom.

 

 

Alcune curiosità del popolo Hittita

di Alessandro Z. (classe 1^E)

 Gli Hittiti, i primi bioterroristi della storia

Gli Hittiti sono considerati i pionieri del bioterrorismo, in quanto si pensa che furono i primi ad utilizzare i montoni infetti, come armi letali.

Al confine tra Libano e Siria, nella città di Simyra, iniziò a diffondersi la tularemia,  una malattia febbrile molto pericolosa che, ancora oggi, se non curata correttamente, causa la morte nel 15% dei casi.

Quando gli Hittiti saccheggiarono Simytra presero anche questi animali infetti, li  mangiarono e subito la malattia, attorno al 1335 a.c, cominciò a diffondersi nell’impero. Probabilmente la Piaga Hittita di cui si parla in molte scritture dell’epoca si riferisce proprio a questo evento.

Durante questa piaga gli Hittiti iniziarono a subire gli attacchi della vicina città di Arzawa. In quel momento si cominciò a notare, nella stessa Arzawa, la presenza di montoni, ma nessuno si spiegava da dove arrivassero. Anche gli abitanti di Arzawa li mangiarono e subito la tularemia si comiciò a diffondere così tanto che l’attacco che questi avevano previsto contro gli Hittiti fallì.

Questi ultimi dovevano aver infettato dei montoni con la malattia per poi mandarli in territorio nemico, ma che sia stata una vera e propria tattica è una leggenda non ancora supportata da certezze. 

Il più antico emoji della storia ritrovato su un vaso Hittita

Nell’antica città Hittita, Karkemish, gli archeologi hanno ritrovato un vaso con su impressa  una faccina sorridente  che somiglia molto alle emoticon che oggi sono molto diffuse sui nostri social.

Oltre al vaso sono stati trovati anche fregi bassorilievi e moltissimi altri elementi artistici che potrebbero fare un po’ più di luce sull’arte figurativa di un popolo guerriero che fino al XX secolo era solo una leggenda.

Gli Hittiti, infatti, sono  conosciuti più per la loro passione per la guerra, e meno per l’arte.

Questo popolo, scomparso così misteriosamente, ha attirato nel XX secolo l’attenzione di molti studiosi e curiosi, perfino Lawrence D’Arabia, il generale inglese che durante la Prima Guerra Mondiale guidò i popoli arabi contro l’Impero Turco Ottomano, s’interessò dei primi “abbozzi” di scavi archeologici presso la città di Karkemish.

Covid 19: la comunicazione conta come le mascherine

di Federica F. (classe 3^E)

La comunicazione: arma contro il Covid-19

Le novità di questa pandemia o crisi (dove la dimensione mediatica è molto evoluta) sono state la comunicazione e la collaborazione tra scienziati, che si sono rivelate  fondamentali affinché si trovassero cure e informazioni inerenti al virus. Poter assemblare tutte le loro conoscenze è stato un elemento essenziale che ci ha portato, dopo solo un anno dall’inizio della pandemia, a scoprire un vaccino. 

La sfida che ancora oggi dobbiamo affrontare è comunicare l’incertezza e la complessità alla popolazione. E’ importante ricordare che il Covid-19 è un virus sconosciuto e astruso. Si palesa quindi la necessità di trasmettere informazioni mediche attraverso persone qualificate come i sociologi, che grazie alle loro conoscenze, permettono un passaggio di informazioni senza creare paura nel lettore. 

Come quanto detto in precedenza, il Covid-19 è virus recente, di conseguenza è facile che gli scienziati cambino le loro tesi sulla base di nuove scoperte mediche. La falsa credenza ormai molto diffusa che la verità scientifica è chiara e immutabile, è dunque errata. Qualsiasi tesi sviluppata infatti deve essere verificata un certo numero di volte, con dati pressoché immutati, per potersi definire vera. Se così fosse, si potrebbe procedere con gli studi. (continua nell’articolo allegato)

Covid 19_ la comunicazione conta come le mascherine_ (1)

Felicità, dal sogno alla realtà

La vita è come una barca in cerca di un porto. Viaggiando in direzione di questo approdo tentiamo di raggiungere la felicità, ma trovarla è difficile se non si sa dove cercarla.

Verso dove dobbiamo puntare la prua?

 

 

 

“Tutti gli esseri umani vogliono essere felici; peraltro, per poter raggiungere una tale condizione, bisogna cominciare col capire che cosa si intende per felicità.”
(Jean-Jacques Rousseau)

Leggendo questa frase e riflettendo, capiamo che in realtà il significato di felicità non sia così scontato come crediamo e non esiste un’interpretazione univoca; dovremmo cercare di comprenderlo per evitare di naufragare nel mezzo di una vita non vissuta pienamente: morire prima della propria realizzazione e del raggiungimento della felicità è come il mancato sbarco in un punto d’approdo.

La via più semplice della comprensione può essere quella di contrapporre alla felicità stati d’animo comunemente definiti “negativi”: un individuo è felice quando non è arrabbiato, non è triste, non è preoccupato…
Secondo Nietzsche questa condizione tranquilla e priva di preoccupazioni è una specie di pigrizia: il semplice “benessere” si ha in una vita agiata, che non porta alla vera felicità perché questa richiede grandi sforzi per essere raggiunta. 

La ricerca della felicità è quindi quel sentimento guerriero che metaforicamente permette alla nostra barca di approdare ad un porto dopo aver superato onde e tempeste; come uno studente che, “torturato” dai compiti per mesi, arriva alla fine dell’anno. 

Come prima dalla barca il marinaio poteva vedere l’orizzonte avvicinarsi, anche lo studente osservava la pagina di giugno del calendario: entrambi sognavano. I sogni di questo ragazzo sono ovviamente banali: la fine della scuola o un bel voto non danno la felicità, però bisogna tener conto che questa è relativa poiché ognuno aspira a qualcosa di diverso. Tuttavia, consiglio -e credo che lo farebbe pure Nietzsche- di non essere “pigri”, ma ambiziosamente porsi obiettivi più grandi: se pensate al termine delle scuole superiori potreste sognare su ciò che farete dopo, come i bambini che dicono “da grande voglio fare…” e spesso terminano la frase con “astronauta” o altre cose stravaganti.

Ognuno di noi ha un obiettivo ideale, raggiungerlo significa far corrispondere la “vita effettiva” con la “vita proiettata”: nei sogni scopriamo cosa ci renderà realmente felici e secondo José Ortega y Gasset, filosofo spagnolo del primo ‘900, la felicità è infatti la realizzazione dei nostri sogni. Il concetto viene ripreso dalle fiabe e, in particolare con il film della Disney “Cenerentola”, è diventata famosa questa frase: “I sogni sono desideri di felicità”.

I desideri sono, come ci dice Freud, delle “recondite pulsioni”, le quali provengono dal passato e si ricandidano nel futuro: prima repressi e non realizzati, nel presente rimangono vivi all’interno dei sogni, finché poi usciranno dall’immaginazione, diventando realtà… A questo punto, saremo felici?


Gli esseri viventi nutrendosi sopravvivono: la fame è l’insoddisfazione che li porta ad una continua ricerca di cibo, ma noi umani per vivere non abbiamo bisogno di soli semplici alimenti: dobbiamo cercare di riempire le nostre vite con molto altro, ma la complessità della nostra mente ci rende disponibili infinite scelte, per questo siamo sempre insoddisfatti: dato che non esiste una strada perfetta, un’unica rotta che collega la nostra nascita alla nostra morte, ogni scelta implica una rinuncia.

Secondo il filosofo Slavoj Zizek “il problema è che non sappiamo ciò che vogliamo davvero. Quello che ci rende felici non è avere quello che vogliamo, ma sognarlo”: perciò credo che, percorrendo nella vita una strada, inevitabilmente ci si discosta dalle altre e questo porta a continui ripensamenti; quando noi sogniamo, invece, abbiamo a disposizione tutte le infinite possibilità che la vita ci possa offrire, tutte nella nostra mente. 

La vera felicità è un’utopia, non la possiamo assaporare pienamente, ma almeno possiamo evitare di cadere in una condizione di frustrazione oppure fermarci di fronte alla carta geografica della vita per cercare la “rotta perfetta”, a tal proposito è necessario trovare la soddisfazione non provando nuove strade, ma essendo grati di quello che si ha, continuando a percorrere la rotta sulla quale si naviga, senza rimpianti.

Street Art e Pasolini

di Alessandro P. (Classe 5SD-2020/21)

Pier Paolo Pasolini è uno dei più grandi autori del Novecento, e con questo articolo vorrei accompagnarvi per le strade delle borgate di Roma per conoscere alcune opere a lui dedicate dalla street art, ammirando concretamente il segno da lui lasciato sulla società con il suo operato da scrittore e regista sul territorio romano.

“L’occhio è l’unico che può accorgersi della bellezza” in via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto. L’autore di questa raffigurazione è Mauro Pallotta e rappresenta l’occhio di Pasolini che osserva Roma in tutta la sua bellezza.

Proprio la ricerca della bellezza nella sua autenticità è un tema che possiamo rintracciare nel libro “Ragazzi di vita”.

Pasolini si trasferisce a Roma con sua madre e si immerge in prima persona nelle abitudini della vita di borgata romana. Il poeta è molto legato agli aspetti della vita umile che aveva già prima esaltato anche nel paese natio della madre in Friuli, Casarsa. Questo legame influenza la sua poetica che riscontra in queste classi sociali un candore perso dalla società borghese.

Il graffito celebra l’arte del poeta e descrive insieme l’autenticità e la brutalità della vita di strada immergendosi nel loro contesto e vivendo con i ragazzi esperienze come il giocare a calcio, tutto sullo sfondo di una Roma ferita dalla guerra e appena uscita dal fascismo. L’autore ci mostra la rovina e la povertà che colpisce la popolazione. Il racconto dei ragazzi di vita gli permette anche di modificare il linguaggio della narrazione in dialetto per esprimere ancor meglio il realismo che usa nella descrizione del modo di pensare e di agire dei ragazzi. Alcuni racconti sono così realistici e crudi da creare dissenso nell’opinione pubblica del tempo, infatti viene processato per pornografia. Questo perché la sua poetica toglie la maschera a quella che è l’illusione del perbenismo italiano dell’epoca che non rispecchia la realtà.

27/08/2015 Roma. Street art al Pigneto.Via Fanfulla da Lodi. Tributo al Vangelo secondo Matteo di Pasolini, di Mr. Klevra

“Piccola Maria” è un’altra opera in cui possiamo vedere ritratto da Mr. Klevra il volto di Maria da ragazza con un velo rosso e aureola bizantina. Si tratta di un omaggio alle doti da regista di Pasolini nel film “Il Vangelo secondo Matteo”. La regia del film che tratta i temi della religiosità, dell’uomo, della povertà e della speranza, è frutto della decisione presa dopo il viaggio del regista ad Assisi. Inizialmente Pasolini, fermo anticlericale, leggendo il Vangelo secondo Matteo viene colpito dal rapporto con i poveri e la disuguaglianza sociale che la scrittura illustra, alimentando il suo interesse e il suo amore per la tradizione contadina. Decide di affrontare il tema della trascendenza tuttavia non crede che la fede in Dio ed il cristianesimo possano portare alla salvezza dell’umanità, piuttosto si avvicina a questo tema come un’opera con fondamenti che non rispecchiano ormai il modello del postguerra italiano.

Sempre su Via Fanfulla di Lodi possiamo trovare un altro murales dipinto da Omino71 intitolato “Io so i nomi”. Il nome è un riferimento a un articolo di denuncia di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974. In questo articolo lui afferma di conoscere i responsabili di alcune delle più grandi ferite dell’italia novecentesca come la strage di Milano del 12 dicembre 1969 e le stragi di Brescia e di Bologna del 1974. L’autore, pur non avendo prove dirette, si affida alle sue abilità di intellettuale capace di analizzare l’attualità immaginando ciò che non si conosce, affermando di aver ricostruito la verità in un quadro politico di un’Italia avvolta dal mistero.  L’opera dello street artist ritrae il volto dello scrittore con una maschera da supereroe e evidenziando in chiaro il titolo dell’opera, questo per celebrare il coraggio e temerarietà dell’intellettuale.

I quartieri che ospitano le icone di Pasolini sono ben diversi da quelli della sua epoca, infatti oggi molti dei questieri vissuti e descritti dall’autore hanno subito un processo di gentrificazione ovvero una riqualificazione edilizia, rinnovandosi sia nelle strutture sia nel target di coloro che vi vanno ad abitare, infatti non si tratta più di ragazzi di vita ma spesso di giovani in carriera o comunque famiglie benestanti. Questi cambiamenti hanno portato ad una maggior affluenza di persone, all’aumento dei prezzi, nuove attività commerciali e locali alla moda, esempi sono Testaccio, Trastevere e Pigneto, quest’ultimo è il luogo dove possiamo ammirare la maggior parte delle opere su parete ritraenti Pasolini.

Oggi possiamo solo immaginare quale sarebbe la reazione di Pasolini nello scoprire questo drastico cambiamento dei quartieri una volta abitati da giovani da lui visti come incontaminati dalla società del tempo. Certamente possiamo supporre che anche lui sarebbe affascinato dall’arte che nasce proprio da quelle strade e che viene ammirata e apprezzata dai cittadini, elevando il suo messaggio e i valori umili della borgata di un tempo.

POCHI MA BUONI? NON PER FORZA

A cura di Lorenzo D (Classe 5G – a.s. 2020/21)

Lettera Di Seneca A Lucilio: Solo Il Tempo È Nostro“Nihil tam utile est ut in transitu prosit” (niente è utile da dare giovamento quando è di passaggio). Questa è una tipica sentenza senecana presente in una delle Epistulae ad Lucilium. In questa lettera all’amico, Seneca afferma come a suo parere bisogna dedicarsi alla lettura di pochi, ma validi libri. Secondo il filosofo di Cordova, il soffermarsi su troppe letture non può che rivelarsi controproducente, data l’impossibilità di carpirne appieno il messaggio, mentre, allo stesso tempo, questa pluralità di interessi può essere indizio di incostanza e volubilità, entrambi sintomi di un animo malato. 

Personalmente non condivido appieno questa visione della lettura proposta dal poeta latino, anche se riconosco di avere alcuni punti in comune con la tesi di Seneca. Concentrarsi su una lettura d’alto calibro, analizzandola con metodo e cercando di coglierne tutte le sfumature, è sicuramente più proficuo di leggere in modo superficiale dei “libricini” di basso rango, ma questo non vuol dire che focalizzarsi solo su un numero esiguo di testi sia una scelta migliore rispetto a leggerne diversi, allargando i propri orizzonti. 

In primo luogo, bisogna considerare le grandi differenze che corrono tra i nostri tempi e quelli di Seneca. Egli considerava di estrema importanza la qualità di quei pochi libri a cui dedicarsi. Oggi l’offerta letteraria è incredibilmente più ampia rispetto a quella del primo secolo e, statisticamente, è aumentato di gran lunga anche il numero di libri e autori “di qualità”. Di conseguenza abbiamo la possibilità di affrontare un gran numero di letture senza necessariamente essere costretti ad optare per testi di basso valore.

Inoltre, quanto spesso sentiamo le persone affermare di non essere attratte dalla lettura? Una sentenza a mio avviso troppo affrettata, ma analizziamo meglio questo fenomeno. Il problema non risiede certamente nell’atto del leggere in sé, azione fondamentale per la vita di tutti i giorni, quanto nell’ignoranza riguardo ciò che il panorama letterario ha da offrire. La maggior parte dei “non lettori” si è confrontata con pochi libri e ancor meno con la varietà dei generi letterari, arrendendosi alle prime esperienze di lettura sgradita. Esistono centinaia di generi differenti e una maggiore diversificazione delle letture può sicuramente aiutare a scoprire i propri gusti personali e ad avvicinare alla lettura.

Infine, è innegabile come ogni libro ti lasci dentro qualcosa di unico, a prescindere dalla sua presunta qualità. Ogni lettura concorre a scolpire più profondamente la tua individualità. Non a caso, Daniel Pennac in “Come un romanzo” annovera tra i diritti del lettore il “diritto di leggere qualsiasi cosa”. D’altro canto, fossilizzandosi su pochi libri si rischia di cristallizzare le proprie idee su binari già definiti e di privarsi della scoperta di nuove esperienze. 

In conclusione, l’idea di Seneca di concentrarsi e trarre il massimo da pochi, ma buoni, libri ha sicuramente dei lati positivi anche se, in via definitiva, limitare in tal modo i propri orizzonti non può che rivelarsi controproducente, impedendoci di misurarci con opere di qualità, di sviluppare i nostri gusti e di scolpire la nostra individualità. Leggere difficilmente può dimostrarsi dannoso, dal momento che, citando di nuovo Pennac, (e qui sarebbe interessante conoscere l’opinione di Seneca, che aveva tanto a cuore il problema della mancanza di tempo) “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”.

Lorenzo D. , V G