“Dialogo della Natura e di un Islandese” in tempi di Coronavirus

di Alessandro M. (5A – 2020-21)

Il “Dialogo della Natura e di un islandese” è uno scritto facente parte delle “Operette morali” di Leopardi. Questo intenso dialogo riflette sulla crudeltà della natura, la quale tormenta incessantemente gli uomini con disastrosi fenomeni naturali e terribili malattie. L’immagine della natura che ci viene restituita è quella di una crudele matrigna che mette al mondo i propri figli con il solo scopo di farli soffrire. Essa ci invita come ospiti alla sua grande casa, promettendoci cose meravigliose e dandoci nei verdi anni giovanili radiose speranze, che in definitiva si rivelano solo dei meschini inganni. La Natura stessa risponde alla pesante accusa dicendosi indifferente ai sentimenti degli uomini, collocando il suo agire in un contesto meccanicistico, in cui la distruzione è necessaria tanto quanto la creazione.

FILOSOFIA/ Maurice Blondel, colui che raccontò l'uomo fra i suoi limiti e  l'infinitoQuesta eccezionale operetta fu scritta nel 1824, e da quel momento non ha mai smesso di rivelare la sua sconfinata potenza, che si è dimostrata sciolta da vincoli temporali. Queste amare riflessioni filosofiche sono infatti più che mai applicabili ai nostri tempi di pandemia. Cos’altro è questo virus che affligge tutti noi, se non l’ennesima prova di efferata crudeltà da parte della natura? Anche se, in effetti, essa resta pur sempre indifferente alla nostra sofferenza. La triste verità è che questo virus non è una punizione divina, né tantomeno una prova inviataci da un ente superiore. Questo virus è semplicemente l’ennesimo essere vivente che afferma la sua volontà di vivere a discapito degli altri. Il coronavirus è incosciente di tutto quello che fa. Ad esso non importa dell’amore che si prova verso una persona a noi cara, o dei nostri piani di vita. La questione diventa straziante pensando in particolar modo a vecchi e giovani. Queste povere creature si ritrovano private dei loro ultimi anni di vita nel caso dei vecchi, e dei migliori e più spensierati per quanto riguarda i giovani. Nel mio caso specifico, io, ormai quasi diciottenne, sento che mi è stato sottratto un intero anno di vita. Ma soprattutto, ci è stata tolta la possibilità di vivere accanto alle persone a noi care. Eppure sebbene la colpa sia da imputare al COVID, appare evidente il fatto che questa malattia sia completamente indifferente a tutto ciò che riguarda le nostre inutili dinamiche umane. Le nostre gioie e i nostri dolori non contano nulla. Quindi a livello razionale risulta impossibile prendersela con un virus incosciente che cerca solo di sopravvivere, allo stesso modo di noi, fragili foglie marroni immerse nella bufera che è la vita. 

Quindi, in definitiva, di chi è veramente la colpa di tutta questa ingiustizia e sofferenza? È forse di quel onnipotentemente impotente Dio, che amorosamente si gode lo spettacolo di questa strage mondiale? C’è almeno qualcuno che ricava qualche giovamento dalle nostre sofferenze, il quale si prenderà finalmente la responsabilità di tutte queste lacrime? 

Probabilmente la risposta è da trovarsi nell’assenza di risposte. Niente ha senso: né la vita, né l’amore, né il dolore, né la morte, né l’origine prima dell’esistente. Purtroppo, in ultima istanza, tutto questo dolore diventa un qualcosa di inutile e di profondamente irrilevante.

Ma in fin dei conti, non è forse ciascuno di noi un ente transeunte del tutto insignificante?

 

Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. (Socrate)

di Alice B., Leandro L. e Silvia P.   (Classe 3C – 2020/21)

Salve a tutti, in questo articolo vorremmo parlarvi della nostra esperienza intrapresa nel corso di storia e filosofia, durante la didattica a distanza, che consisteva nel produrre un materiale multimediale di qualsiasi genere (video, power point, jam board, …) riguardante le epidemie nella storia dell’essere umano. L’idea è nata dopo aver affrontato la crisi del 1300 nel nostro percorso scolastico; inoltre, data la situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, ci è sembrato opportuno paragonare al Covid-19 le più importanti pestilenze che si sono abbattute sulle diverse realtà.

I tre progetti che vi presentiamo sono molto differenti l’uno dall’altro e sebbene i programmi e le modalità di realizzazione siano altrettanto discordanti, l’impegno e la nostra dedizione hanno reso l’intero lavoro omogeneo e armonico. Descrivendo l’attività nel dettaglio, abbiamo dato libero sfogo alla nostra fantasia, giocando con tematiche, collegamenti e sistemi di ogni genere per produrre un elaborato che risultasse esplicativo e divertente.

Al momento dell’assegnazione abbiamo ricevuto preziosi consigli dall’insegnante, che ci ha oltretutto fornito materiali e link a siti inerenti alla nostra ricerca; ci siamo immedesimati nei panni di giovani giornalisti e talvolta registi, alla ricerca di informazioni da tutte le fonti attendibili a nostra disposizione.

Il primo video (Epidemie nella Storia) è stato realizzato seguendo diversi step: innanzitutto è stato sviluppato un testo in bozza per la registrazione audio, secondariamente prodotta con microfono Agptek e accompagnata da un video descrittivo eseguito con la fotocamera Nikon d7000, dopo l’installazione di un set apposito per fornire la migliore qualità possibile. Per il montaggio finale è stato utilizzato DaVinci Resolve, un software per la correzione del colore e l’editing video non lineare per macOS, Windows e Linux, originariamente sviluppata da Vinci Systems e ora sviluppata da Blackmagic Design, dopo la sua acquisizione nel 2009.

Per creare le pagine di giornale (Letteratura e Pandemie), invece, il percorso di ideazione è stato diviso in tre parti: indagine e ricerca delle fonti, sviluppo dei diversi articoli, selezione e montaggio del prodotto.

La documentazione è stata fatta grazie ad un’accurata consultazione dei materiali precedentemente forniti dalla docente, ma non solo: abbiamo avuto la possibilità di cercare informazioni sul web e sui personali libri di testo. Successivamente la produzione degli articoli (operazione risultata tra le più impegnative) è stata possibile grazie a Google documenti, una funzione programmatica di Google Drive che permette agli utenti di elaborare testi, fogli elettronici, presentazioni e sondaggi.

L’assemblaggio finale è stato prodotto tramite Microsoft Word, un programma di videoscrittura prodotto da Microsoft, distribuito con licenza commerciale, parte della suite di software di produttività personale Microsoft Office, disponibile per i sistemi operativi Windows e macOS.

Il terzo prodotto multimediale è un video (L’impatto psicologico e le dinamiche sociali provocati dalle pandemie dal ‘300 a oggi) montaggio di foto, video, e slide schematiche, accompagnati dalla voce registrata direttamente dal microfono di un Iphone 11.

In primo luogo, è stata effettuata un’accurata ricerca e selezione tra la massiva quantità di siti web online, con l’obiettivo di vertere il tema del progetto a un aspetto psicologico/sociale riguardante le pandemie.

In secondo luogo, sono state scelte con cura le immagini e clip, su Google, talvolta Youtube e addirittura attraverso il social Pinterest, e montate insieme con l’utilizzo dell’applicazione per PC e mobile Videoleap, disponibile per iOS. Grazie alle funzioni premium dello stesso programma, la voce è stata inserita nel video e, infine, sono state aggiunte delle parole (è presente una vasta gamma di stili e font) o piccoli schemi in riferimento e in corrispondenza del discorso che prosegue.

Infine, attraverso la piattaforma GSuite, attivata dal nostro istituto sin dall’inizio dello scoppio epidemico, ci è stata data la possibilità di condividere il nostro lavoro con il docente e ricevere un’adeguata valutazione secondo le modalità di Google Classroom.

 

 

Street Art e Pasolini

di Alessandro P. (Classe 5SD-2020/21)

Pier Paolo Pasolini è uno dei più grandi autori del Novecento, e con questo articolo vorrei accompagnarvi per le strade delle borgate di Roma per conoscere alcune opere a lui dedicate dalla street art, ammirando concretamente il segno da lui lasciato sulla società con il suo operato da scrittore e regista sul territorio romano.

“L’occhio è l’unico che può accorgersi della bellezza” in via Fanfulla da Lodi, nel cuore del Pigneto. L’autore di questa raffigurazione è Mauro Pallotta e rappresenta l’occhio di Pasolini che osserva Roma in tutta la sua bellezza.

Proprio la ricerca della bellezza nella sua autenticità è un tema che possiamo rintracciare nel libro “Ragazzi di vita”.

Pasolini si trasferisce a Roma con sua madre e si immerge in prima persona nelle abitudini della vita di borgata romana. Il poeta è molto legato agli aspetti della vita umile che aveva già prima esaltato anche nel paese natio della madre in Friuli, Casarsa. Questo legame influenza la sua poetica che riscontra in queste classi sociali un candore perso dalla società borghese.

Il graffito celebra l’arte del poeta e descrive insieme l’autenticità e la brutalità della vita di strada immergendosi nel loro contesto e vivendo con i ragazzi esperienze come il giocare a calcio, tutto sullo sfondo di una Roma ferita dalla guerra e appena uscita dal fascismo. L’autore ci mostra la rovina e la povertà che colpisce la popolazione. Il racconto dei ragazzi di vita gli permette anche di modificare il linguaggio della narrazione in dialetto per esprimere ancor meglio il realismo che usa nella descrizione del modo di pensare e di agire dei ragazzi. Alcuni racconti sono così realistici e crudi da creare dissenso nell’opinione pubblica del tempo, infatti viene processato per pornografia. Questo perché la sua poetica toglie la maschera a quella che è l’illusione del perbenismo italiano dell’epoca che non rispecchia la realtà.

27/08/2015 Roma. Street art al Pigneto.Via Fanfulla da Lodi. Tributo al Vangelo secondo Matteo di Pasolini, di Mr. Klevra

“Piccola Maria” è un’altra opera in cui possiamo vedere ritratto da Mr. Klevra il volto di Maria da ragazza con un velo rosso e aureola bizantina. Si tratta di un omaggio alle doti da regista di Pasolini nel film “Il Vangelo secondo Matteo”. La regia del film che tratta i temi della religiosità, dell’uomo, della povertà e della speranza, è frutto della decisione presa dopo il viaggio del regista ad Assisi. Inizialmente Pasolini, fermo anticlericale, leggendo il Vangelo secondo Matteo viene colpito dal rapporto con i poveri e la disuguaglianza sociale che la scrittura illustra, alimentando il suo interesse e il suo amore per la tradizione contadina. Decide di affrontare il tema della trascendenza tuttavia non crede che la fede in Dio ed il cristianesimo possano portare alla salvezza dell’umanità, piuttosto si avvicina a questo tema come un’opera con fondamenti che non rispecchiano ormai il modello del postguerra italiano.

Sempre su Via Fanfulla di Lodi possiamo trovare un altro murales dipinto da Omino71 intitolato “Io so i nomi”. Il nome è un riferimento a un articolo di denuncia di Pasolini pubblicato sul Corriere della Sera il 14 novembre del 1974. In questo articolo lui afferma di conoscere i responsabili di alcune delle più grandi ferite dell’italia novecentesca come la strage di Milano del 12 dicembre 1969 e le stragi di Brescia e di Bologna del 1974. L’autore, pur non avendo prove dirette, si affida alle sue abilità di intellettuale capace di analizzare l’attualità immaginando ciò che non si conosce, affermando di aver ricostruito la verità in un quadro politico di un’Italia avvolta dal mistero.  L’opera dello street artist ritrae il volto dello scrittore con una maschera da supereroe e evidenziando in chiaro il titolo dell’opera, questo per celebrare il coraggio e temerarietà dell’intellettuale.

I quartieri che ospitano le icone di Pasolini sono ben diversi da quelli della sua epoca, infatti oggi molti dei questieri vissuti e descritti dall’autore hanno subito un processo di gentrificazione ovvero una riqualificazione edilizia, rinnovandosi sia nelle strutture sia nel target di coloro che vi vanno ad abitare, infatti non si tratta più di ragazzi di vita ma spesso di giovani in carriera o comunque famiglie benestanti. Questi cambiamenti hanno portato ad una maggior affluenza di persone, all’aumento dei prezzi, nuove attività commerciali e locali alla moda, esempi sono Testaccio, Trastevere e Pigneto, quest’ultimo è il luogo dove possiamo ammirare la maggior parte delle opere su parete ritraenti Pasolini.

Oggi possiamo solo immaginare quale sarebbe la reazione di Pasolini nello scoprire questo drastico cambiamento dei quartieri una volta abitati da giovani da lui visti come incontaminati dalla società del tempo. Certamente possiamo supporre che anche lui sarebbe affascinato dall’arte che nasce proprio da quelle strade e che viene ammirata e apprezzata dai cittadini, elevando il suo messaggio e i valori umili della borgata di un tempo.

POCHI MA BUONI? NON PER FORZA

A cura di Lorenzo D (Classe 5G – a.s. 2020/21)

Lettera Di Seneca A Lucilio: Solo Il Tempo È Nostro“Nihil tam utile est ut in transitu prosit” (niente è utile da dare giovamento quando è di passaggio). Questa è una tipica sentenza senecana presente in una delle Epistulae ad Lucilium. In questa lettera all’amico, Seneca afferma come a suo parere bisogna dedicarsi alla lettura di pochi, ma validi libri. Secondo il filosofo di Cordova, il soffermarsi su troppe letture non può che rivelarsi controproducente, data l’impossibilità di carpirne appieno il messaggio, mentre, allo stesso tempo, questa pluralità di interessi può essere indizio di incostanza e volubilità, entrambi sintomi di un animo malato. 

Personalmente non condivido appieno questa visione della lettura proposta dal poeta latino, anche se riconosco di avere alcuni punti in comune con la tesi di Seneca. Concentrarsi su una lettura d’alto calibro, analizzandola con metodo e cercando di coglierne tutte le sfumature, è sicuramente più proficuo di leggere in modo superficiale dei “libricini” di basso rango, ma questo non vuol dire che focalizzarsi solo su un numero esiguo di testi sia una scelta migliore rispetto a leggerne diversi, allargando i propri orizzonti. 

In primo luogo, bisogna considerare le grandi differenze che corrono tra i nostri tempi e quelli di Seneca. Egli considerava di estrema importanza la qualità di quei pochi libri a cui dedicarsi. Oggi l’offerta letteraria è incredibilmente più ampia rispetto a quella del primo secolo e, statisticamente, è aumentato di gran lunga anche il numero di libri e autori “di qualità”. Di conseguenza abbiamo la possibilità di affrontare un gran numero di letture senza necessariamente essere costretti ad optare per testi di basso valore.

Inoltre, quanto spesso sentiamo le persone affermare di non essere attratte dalla lettura? Una sentenza a mio avviso troppo affrettata, ma analizziamo meglio questo fenomeno. Il problema non risiede certamente nell’atto del leggere in sé, azione fondamentale per la vita di tutti i giorni, quanto nell’ignoranza riguardo ciò che il panorama letterario ha da offrire. La maggior parte dei “non lettori” si è confrontata con pochi libri e ancor meno con la varietà dei generi letterari, arrendendosi alle prime esperienze di lettura sgradita. Esistono centinaia di generi differenti e una maggiore diversificazione delle letture può sicuramente aiutare a scoprire i propri gusti personali e ad avvicinare alla lettura.

Infine, è innegabile come ogni libro ti lasci dentro qualcosa di unico, a prescindere dalla sua presunta qualità. Ogni lettura concorre a scolpire più profondamente la tua individualità. Non a caso, Daniel Pennac in “Come un romanzo” annovera tra i diritti del lettore il “diritto di leggere qualsiasi cosa”. D’altro canto, fossilizzandosi su pochi libri si rischia di cristallizzare le proprie idee su binari già definiti e di privarsi della scoperta di nuove esperienze. 

In conclusione, l’idea di Seneca di concentrarsi e trarre il massimo da pochi, ma buoni, libri ha sicuramente dei lati positivi anche se, in via definitiva, limitare in tal modo i propri orizzonti non può che rivelarsi controproducente, impedendoci di misurarci con opere di qualità, di sviluppare i nostri gusti e di scolpire la nostra individualità. Leggere difficilmente può dimostrarsi dannoso, dal momento che, citando di nuovo Pennac, (e qui sarebbe interessante conoscere l’opinione di Seneca, che aveva tanto a cuore il problema della mancanza di tempo) “Il tempo per leggere, come il tempo per amare, dilata il tempo per vivere”.

Lorenzo D. , V G

 

L’umanità è una nonostante le differenze

di Sara S. (classe II F-2019/20)

Durante la storia dell’umanità abbiamo constatato che gli uomini sono capaci di discriminare dei propri simili, di definirli inferiori per il colore della pelle o per la religione che praticano, di compiere abomini e genocidi, segregazioni e tante altre brutalità. La verità è che questi scempi non appartengono solo al passato: in altre parti del mondo questo avviene anche oggi. L’uomo ha sempre teso a cercare differenze negli altri: il colore della pelle, le religioni, le diverse culture e lingue, le usanze e i costumi… ma non si è quasi mai concentrato sui punti di forza che abbiamo tutti in comune come la fantasia, ma anche l’intelligenza e l’ingegno, l’inventiva, la creatività e, seppur diversi, siamo accomunati dal fatto di essere tutti, indistintamente dalle nostre differenze, esseri umani. In quanto tali, infatti, proviamo le stesse emozioni, amiamo allo stesso modo, soffriamo allo stesso modo, moriamo e viviamo allo stesso modo, dunque non ci possono essere più “razze” perché l’umanità è una. Il poeta Giuseppe Ungaretti esprime questo concetto nella sua poetica, molto influenzata dal contesto di guerra in cui si trovava: nella famosa poesia “Fratelli”, Ungaretti si riferisce a tutti i soldati che, come lui, si trovavano in una situazione estremamente difficile. Il poeta ci vuole far capire che, a prescindere dal reggimento in cui sono schierati e dal nemico che cercano di sconfiggere, i soldati sono tutti fratelli in quanto appartengono ad unico grande fronte: l’umanità. Come altro esempio si può portare la poesia di Giacomo Leopardi “La ginestra”. In questo componimento il poeta si schiera contro la nobiltà dell’Ottocento, infatti crede che gli uomini debbano collaborare e allearsi contro un nemico più grande di loro, ovvero la Natura. Se ci pensiamo bene, siamo così piccoli rispetto alla natura: portando un esempio di attualità, penso che Leopardi abbia ragione poiché, a prescindere da tutte le differenze, dobbiamo restare uniti  anche ora contro questo virus, che sta uccidendo tantissime persone in tutte le parti del mondo.  

“Siamo onde dello stesso mare,

foglie dello stesso albero,

fiori dello stesso giardino” (Seneca)

Seneca in questi suoi versi ci vuole dire che, pur essendo diversi, gli esseri umani appartengono ad un unico grande corpo, che siano onde del mare, foglie di un albero o fiori del giardino: ogni uomo è diverso dall’altro, ma l’umanità sarà sempre e soltanto una.

L’intelligenza che rende uomini

di Giuliana P. (3SA – 2019/20)

“ (…) di tante fiamme tutta risplendea

l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi

tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.”   

È così che Dante ci introduce nel XXVI canto ad uno degli episodi più affascinanti raccontati nell’Inferno della Divina Commedia: l’incontro tra Ulisse e Dante.

Questo canto è dedicato ai consiglieri fraudolenti, cioè coloro che utilizzarono il proprio ingegno non per gli uomini, ma contro gli uomini. Proprio come in vita hanno fatto uso delle loro lingue per offrire cattivi consigli, ora sono costretti a bruciare in lingue di fuoco.

Tra tutte queste fiamme, Dante ne nota una in particolare, con due punte: Ulisse, la punta più alta e Diomede, suo fedele compagno di avventure, la punta più bassa.

Fin da subito rimaniamo stupiti: perché Dante inserisce Ulisse, famoso eroe greco nell’Inferno?

Nonostante l’eroe sia per lo più famoso per l’ideazione del cavallo di Troia, non è quello il motivo principale. Ulisse infatti, una volta scappato dalla maga Circe riesce finalmente a tornare ad Itaca e il racconto di Omero termina qui. Viene poi raccontato da alcuni scrittori latini però, che la sete di conoscenza, il desiderio di scoprire terre inesplorate sono state nell’eroe più forti dell’amore che provava per il figlio, Penelope ed il padre. Ulisse quindi parte di nuovo, seguito dai suoi fedeli compagni, con l’obiettivo di andare oltre le colonne d’Ercole, impresa in cui nessun uomo era riuscito prima.

Proprio un attimo prima di oltrepassare quel confine, Ulisse infuoca gli animi dei suoi amici, attraverso una “orazion picciola” ed attraverso queste parole Ulisse convince i suoi compagni a seguirlo fino alla morte. Infatti, poco dopo aver oltrepassato le colonne d’Ercole, riescono ad intravedere un’altissima montagna nera (il Purgatorio) e subito dopo il mare li inghiotte.

Dio decide di punirli perché si sono spinti troppo oltre: l’uomo è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio, Dio è conoscenza, quindi cercare di raggiungere la perfezione della conoscenza è nella natura dell’uomo, ma sentirsi invincibile, sentirsi Dio è inammissibile.

D’altra parte però Dante mostra una sorta di rispetto per questi condannati. Il loro è un peccato di intelligenza, ed è proprio l’intelligenza a rendere l’uomo tale. Proprio per questo motivo, il canto è diverso da molti tra quelli incontrati fino ad ora e sarà diverso dagli altri che lo seguiranno: non c’è il solito disprezzo e la solita condanna che spesso accompagnano il viaggio di Dante, di fronte ad Ulisse Dante prova un profondo rispetto.

Che l’intelligenza renda uomini Dante l’ha già accennato in un altro canto. Nel canto VII infatti, ci descrive gli avari e i prodighi, due schiere di uomini costretti nello sforzo inutile di spostare dei giganteschi massi proprio come in vita avevano fatto l’inutile sforzo di accumulare o sperperare ricchezze. Ciò che lega questi condannati al discorso sull’intelligenza che rende uomini sono delle osservazioni fatte da Dante:

E io: “Maestro, tra questi cotali

dovre’ io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali”.

Ed elli a me: “Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fé sozzi,

ad ogne conoscenza or li fa bruni.”

Virgilio dice a Dante che tra questi condannati ci sono molti uomini di chiesa, anche papi e preti. Allora Dante si meraviglia perchè non ne riesce a riconoscere alcuno. Il suo maestro gli spiega che queste anime hanno perso totalmente la razionalità nella loro vita, divenuta “sconoscente” e proprio per questo ora appaiono differenti. la capacità di conoscere, quindi di agire, e la virtù sono strettamente legati, nel momento in cui si perde una, si perde anche l’altra.

Quindi la mancanza di intelletto ha tolto loro la propria umanità, trasformandoli in altro, rendendoli irriconoscibili.
Possiamo trovare tracce di questo tema dell’intelletto in tutto l’Inferno. I condannati che vengono qui rinchiusi infatti, non vengono più trattati come umani, perché a causa dei peccati che hanno commesso in vita hanno perso la loro umanità prima di perdere il loro corpo.

Ed ecco che nel canto XIII i suicidi, che per follia e mancanza di razionalità hanno rifiutato la vita, vengono trasformati in alberi, la forma più semplice di vita.

Tutti questi elementi, che possiamo riassumere nell’importanza dell’intelletto per l’uomo, vengono inseriti da Dante in pochi versi, nella orazion picciola di Ulisse:

“(..)d’i nostri sensi ch’è del rimanente

non vogliate negar l’esperïenza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza”.

1984 o 2020?

di Alessandro M. (4A – 2019/20)

Ci svegliamo al mattino e, appena alzati dal letto, accendiamo il televisore che ci mostra uno spot pubblicitario di biancheria intima Calvin Klein indossata da un modello con un fisico mozzafiato. Andiamo in cucina e ci prepariamo una colazione dietetica. Il desiderio è diventare come lui mentre mangiamo la squallida sbobba. Spegnendo il televisore pensiamo al futuro: i soldi, una moglie bellissima e dei figli. Poi ci vestiamo e ci rechiamo al nostro grigio lavoro. Ci sediamo nella postazione, una tra le migliaia uguali dell’ufficio, in un edificio esattamente identico ai milioni di palazzi della città.
Questo, in misura maggiore o minore, rispecchia ciascuno di noi. Ma davvero vogliamo tutto ciò?
No! È la società in cui viviamo a farci credere che la felicità sia avere un bel fisico, tanti soldi oppure la fama. La realtà è ben diversa. Eppure crediamo davvero nei modelli a cui “pensiamo di dover” aspirare.
È questa una condizione descritta molto bene da Orwell nel romanzo “1984” con il concetto riassunto nel bipensiero. Per bipensiero si intende il reputare contemporaneamente veri due pensieri che sono tra loro opposti. Pertanto significa credere consapevolmente a delle bugie, pur sapendo che sono tali. Nel romanzo è l’elemento necessario per poter sottomettere intellettualmente tutti e inculcare ciò che il Partito e il Grande Fratello vogliono far pensare. Allo stesso modo tutti noi veniamo ogni giorno bombardati sia implicitamente che esplicitamente da informazioni che alle grandi potenze della terra (multinazionali, miliardari, governi…) è utile farci credere, cadendo nella loro trappola anche se nel profondo sappiamo che ciò che dicono sono spesso delle manipolazioni della realtà. Vediamo film e video che mostrano ricchezza e vogliamo essere come i protagonisti di quel film. Ci fanno pensare che avere l’ultimo modello di smartphone ci renderà felici.
Tutte queste menzogne hanno una tremenda conseguenza: l’omologazione. Piano piano tutti noi pur di non essere rifiutati dalla società o dal “gruppetto di amici” assorbiamo questi modelli. È così che si vengono a creare le mode. Tutti coloro che sono ritenuti “fighi” al giorno d’oggi fumano, si vestono con indumenti di marca, hanno lo stesso taglio di capelli e talvolta parlano come dei cavernicoli. Spesso pur di non essere derisi per poi essere esclusi, creiamo una maschera che occulta la nostra vera natura e ci nascondiamo dietro formalismi e modi di rispondere e agire già precostruiti.
Viviamo in una società in cui se si chiede a un ragazzo per strada quali siano le sue passioni risponderà “boh, uscire coi miei fra, il calcetto eeee ba…”. Invece nel passato in una classe di alunni ciascuno aveva la propria passione, talvolta diversa da quella degli altri, ed era proprio questo a renderlo particolare. Ormai quando uno ha tempo libero preferisce sprecarlo invece di impiegarlo per arricchire le sue conoscenze. Siamo di fronte ad un annientamento dell’io, a un crepuscolo di valori…
Tutto ciò è argomento del film “Fight Club”, diretto da David Fincher. Il protagonista all’inizio del film è uno dei tanti prodotti dell’omologazione e della perdita di personalità. Successivamente farà la conoscenza di Tyler Durden, il quale lo porterà a dubitare sulla fondatezza dei valori della società in cui viviamo fino ad arrivare ad un finale del tutto inaspettato e alquanto profondo. Molte citazioni di questo film dette dal protagonista sono piene di spunti interessanti: “Le cose che possiedi alla fine ti possiedono”; “La pubblicità ci fa inseguire le macchine e i vestiti, fare lavori che odiamo per comprare cavolate che non ci servono. Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo né uno scopo né un posto. Non abbiamo la grande guerra né la grande depressione. La nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra grande depressione è la nostra vita. Siamo cresciuti con la convinzione che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rockstar. Ma non è così. E lentamente lo stiamo imparando. E ne abbiamo veramente le pa**e piene”; “Omicidi, crimini, povertà, queste cose non mi spaventano. Quello che mi spaventa sono le celebrità sulle riviste, la televisione con 500 canali, il nome di un tizio sulle mie mutande”.

Per quale motivo qualcuno vorrebbe tutto ciò allora? La risposta è: per il potere. Secondo Orwell in passato il potere era molto fragile dato che non c’era un controllo mentale. La società descritta nelle pagine di “1984”, per certi versi simile alla nostra, ci appare forte e non scalfibile proprio perché i pochi al potere hanno appreso dagli errori del passato, e detengono e deterranno il potere per sempre grazie ad un faticoso sforzo di omologazione della popolazione e controllo delle menti.
Per fortuna, a differenza della società orwelliana, nella nostra ci si può sottrarre a questo perverso meccanismo senza rischiare la morte. Tutto ciò richiede un enorme sforzo dato che fin dalla nascita ci troviamo in questo ingranaggio. Ciascuno di noi deve fare un’accurata introspezione e iniziare a sviluppare un pensiero critico, imparando a questionare e a mettere in dubbio ogni cosa. Probabilmente la via per tutto ciò potrebbe essere studiare, farsi una cultura, leggere libri, esercitare maggiormente l’uso del pensiero, studiare filosofia.
Proprio come l’uomo del mito della caverna platonica, dobbiamo uscire dalla luce artificiale della spelonca e provare a salire in superficie per scoprire in nostro vero io, per poi poter rinascere come fenici. Non è facile. Forse è impossibile data la natura dell’uomo. Ma, come nel titanismo alfieriano e in “1984”, dobbiamo comunque provarci nonostante la sconfitta quasi certa.

“Is love a fancy, or a feeling?”

di Ivan C. (4SInt – 2019/20)

Sonetto VII, Hartley Coleridge

L’amore è un capriccio o un sentimento? Non è solo un gioco.

Esso è immortale come la verità più assoluta,

è diverso da un fiore, che con la vecchiaia perde i suoi

bei petali, poiché l’amore riesce a radicarsi persino in regioni aride, dove non scorre acqua, e dove la speranza soccombe alle tenebre.

È come un fuoco nell’oscurità, che leggero, danza su una tomba, senza rivelare nulla fuorché se stesso e la notte,

È questa l’essenza del mio amore, benché questo non possa morire né mutare, anche qualora ogni cosa intorno a esso tramutasse, anche se la più nobile bellezza sfigurasse,

anche se i giuramenti fossero falsi e la fede si rinnegasse, anche se il più intenso piacere fosse un suicidio,

e la speranza solo uno spettro nelle spoglie rovine.

Coleridge in questa lirica ci espone la sua visione dell’amore. Sin dal primo verso del sonetto l’autore precisala distinzione tra il vero amore e l’amore che nasce per gioco, come un capriccio. Da sempre all’amore sono state attribuite due sfaccettature, distinguendo l’amore spirituale da quello fisico. Questa divisione è chiara nell’opera “Amor sacro e amor profano” di Tiziano Vecellio (1515, olio su tela, 118 x 279 cm. Roma, GalleriaBorghese).

In quest’opera troviamo raffigurate due donne molto simili tra loro, che rappresentano da un lato la mogliedel committente come sposa, e dunque l’amore profano, dall’altro Venere, che, affiancata da Cupido, tiene inmano la fiamma eterna, a raffigurare l’amore sacro. In quest’opera le due forme coesistono e sono tra loro equilibrate: nessuna delle due predomina sull’altra, e tantomeno una delle due sfaccettature è presentata negativamente rispetto alla seconda.

Spesso, in letteratura come nell’arte, l’amore “profano”, ovvero quello fisico, viene disdegnato, in quanto non moralmente elevato come quello spirituale, che risulta invece puro. Nel sonetto di Coleridge, parlando dell’amore come capriccio, l’autore fa riferimento alla mera passione fisica, all’attrazione destinata ad affievolirsi in poco tempo, e il poeta offre una connotazione negativa a questo tipo di amore, che non è minimamente in grado di porsi a confronto con “l’amore sacro”. Mezzo millennio prima i maggiori esponenti dell’amor cortese e poeti di grande rilievo come Dante e Petrarca, avevano giustificato questa superiorità. Alla base dell’amor cortese si trova il principio secondo cui il poeta, grazie alla dama e lodando le sue virtù, raggiungerà sempre più la perfezione morale, fino al congiungimento con Dio, fine ultimo dell’uomo e amore puro. Il piacere sessuale è dunque “fals’amor”, un amore fallace, destinato a un amatore di basso rango, che ha scelto una dama di poca virtù, e che non riuscirà a trarre benefici reali dalle sue esperienze.

L’idea di amore divino si perfeziona sempre di più, fino a giungere al massimo splendore con l’opera di Dante, per poi perdere terreno e lasciare spazio alla rivoluzione rinascimentale del pensiero e all’uomo, a cui sempre più appartiene il dominio del suo mondo. Sintesi di questa epoca di transizione, in cui dall’amorespirituale ci si avvicina all’amore passionale, è Torquato Tasso, che con la Gerusalemme liberata racconta di entrambe le sfaccettature assunte dall’amore, costringendosi però, sottoponendo l’opera all’Inquisizione, a condannare l’amore terreno. Risolve la questione ponendo quest’ultimo lontano dalla giustizia, ovvero nelle Isole Fortunate, dove si trova il giardino della maga Armida, tipico locus amoenus, in cui “vezzosi augelli temprano lascivette note”. Tra gli uccelli si distingue un pappagallo che canta in versi di una rosa che “quanto si mostra men, tanto è più bella”. “Cogliam la rosa in su ‘l mattino”, procede il pennuto, “che tosto il seren perde”, sottolineando come l’amore passionale sia destinato a morire insieme alla giovinezza.

Il topos letterario dell’amore spesso porta gli autori a chiamare in causa i fiori, come abbiamo avuto modo di constatare con i versi sopra riportati. Lo stesso avviene nel sonetto di Coleridge preso in considerazione, anche se con intenti opposti. Il poeta suggerisce infatti che l’amore non è come un fiore, che perde i suoi petali con il tempo e appassisce: “questa è la natura del mio amore, che non muterebbe neanche se la più nobile bellezza sfigurasse”. Inoltre l’amore a cui si riferisce cresce anche dove non scorre acqua, in regioni avverse. L’amore di Hartley Coleridge è un sentimento eterno e immortale, non soggetto al divenire. Anche se ogni cosa intorno a esso mutasse, l’amore non farebbe lo stesso, rimanendo inalterato.

Condivide quest’idea anche Shakespeare, che definisce questo sentimento un “marriage of true minds”. Sifa riferimento ancora una volta all’amore imperturbabile, sincero e costante, che va oltre la morte, come ha dimostrato il medesimo autore nella sua celeberrima opera Romeo and Juliet:

“I will stay with thee,

And never from this palace of dim night

Depart again. Here, here will I remain.”

Sono queste le parole di Romeo subito prima di bere il veleno lasciandosi morire sul dolce corpo di Giulietta.Allo stesso modo il Quasimodo di Riccardo Cocciante, ispirato a quello di Victor Hugo, non avendo piùragione di vivere, e certo del fatto che morire per la sua Esmeralda non significhi in realtà morire, si poggia su di lei, e prima di concedersi alla morte canta:

“Danse mon Esméralda Chante mon Esméralda Au delà de l’au-delà

Mourir pour toi n’est pas mourir.

Danse mon Esméralda Chante mon Esméralda Laisse-moi partir avec toi

Mourir pour toi n’est pas mourir”

L’amore è un fuoco nell’oscurità, ci suggerisce Coleridge, “un faro sempre fisso che sovrasta la tempesta enon vacilla mai” specifica Shakespeare. Si tratta di un amore platonico che infonde calma e pace, che innalza fino all’iperuranio dove tutto è fermo, tutto è perfetto, tutto è certo.

“L’amore impedisce la morte. L’amore è vita. Tutto, tutto ciò che io capisco, lo capisco solamente

perché amo. È solo questo che tiene insieme tutto quanto.” -Lev Tolstoj

Robin Williams, Will Hunting – genio ribelle

Il Carpe Diem della 4G

A cura degli studenti della Classe 4G (2019/20)

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