Con la necessaria franchezza, non posso scrivere questo articolo sorvolando l’evidente: potrei ignorare che nel menzionare Tor Bella Monaca io stia evocando l’ereditata immagine di questo fatidico focolaio di proliferazione criminale, non privo del suo alone di mitologia urbana. Ma il decantato degrado è “troppo radicato” per minarne le origini, gli si riservano solo paura (come quella che ha attraversato gli occhi di mia madre all’annuncio della mia inusuale visita), indifferenza, repulsione. E così, in conformità a quella logica morbosa (che molto spesso infetta il nostro paese) secondo la quale ci si accomoda alla rassegnazione, acconsentendo tacitamente al diradarsi della criminalità, Tor Bella diventa terra-di-nessuno, espulsa dalle mappe della nostra quotidianità – fatta eccezione per l’occasionale servizio  in TV –  e condannata allo stigma da cui prende volto. Perché tanto a Tor Bella Monaca “domina il grigio”, e non è affar nostro sporcarci le mani di colore.

 

Invece era un giallo sgargiante, inteso, vitale, a lacerare l’uggia di quell’umida domenica e i toni sbiaditi del quartiere. Quel giallo trionfante è la torre della legalità. Davide (referente del gruppo di lavoro di Libera a Torbella ed ex studente del Volterra) la chiama semplicemente <<la torre>> quando ci spiega che qui ci abita gente comune, chiunque, o meglio chiunque non sia intimidito dal nome solenne e dal simbolo che incarna. <<Qui nasce una delle più belle storie di riscatto>> e Davide ci racconta del coraggio degli abitanti di quel quartiere che guidati da Tiziana, presidente dell’associazione di Tor Più Bella, si sono mossi per riabilitare una delle più grandi piazze di spaccio e convertire il palazzo che ospitava l’appartamento di un boss in un nido sicuro e sede di Tor Più Bella.  

 

Come sia arrivata la criminalità organizzata in quartiere, Davide ce lo ha spiegato attraversando Tor Bella Monaca, ricostruendo dalle sue strade, dai suoi palazzi, dalle sue piazze incensurate il puzzle della sua storia. La morfologia urbana di Tor Bella nasce, conformemente ai fenomeni propri delle periferie romane, come terra di borgate abusive. A partire dagli anni ‘60 per ovviare all’impervensante fenomeno di lottizzazione e rispondere all’emergenza abitativa, anche Tor Bella Monaca, dopo l’espropriazione della tenuta Vaselli, diventa meta di velleitari progetti di inserimento nel tessuto urbano. I primi mattoni vengono messi su solo negli anni ‘80, i servizi tardano ad arrivare (il primo presidio sanitario arriverà negli anni ‘90, dopo un mesto episodio di cronaca), gli innovativi piani di urbanizzazione sono sospesi come spettri di un mondo abbandonato a sé stesso: la presenza-assenza dello Stato si traduce in una tacita licenza del dilagare dell’abusivismo e delle infiltrazioni criminali, in rispetto di quella legge secolare che assurdamente – o convenientemente – scambiamo per atavico banditismo. Molti degli abusivi non erano altro che famiglie in difficoltà o vittime di sfratto, incapaci di sostenere i lunghi tempi di assegnazione delle case popolari. Ma quei palazzi erano anche destinazione di membri di famiglie mafiose, che, per sfuggire dalle guerre della camorra e ndrangheta, ai familiari scenari belligeranti preferivano i mari malagevoli della periferia romana. 

 

Tra queste anche la famiglia di Giuseppe Moccia, autore dell’aggressione a Tiziana,  che le costa da Giugno la scorta. Tiziana ci ha confessato che la scorta la mette a disagio. <<È come se ti mancasse un braccio>>: è grata al lavoro degli agenti, ma le manca la sua autonomia. Quando le chiediamo cosa la sproni a perseverare, cosa le abbia impedito di arrendersi alle crescenti intimidazioni, di non demordere nonostante le prevaricazioni, Tiziana non cita formule pompose, ci risponde che <<deve essere follia>>. <<Deve essere follia>> perché Tiziana è consapevole dei rischi che corre, Tiziana è stata vittima di questi soprusi. Non è una martire. Non la incita un velleitario eroismo.  A muovere Tiziana, lo si vede nei suoi occhi, è la tenacia – anche sprovveduta, o meglio “folle” – di una madre <<arrabbiata di far vivere i suoi figli in un posto dimenticato da Dio>>.

 

Come si cresce in un mondo stigmatizzato? Quando dall’altra parte del muro le pareti di casa appaiono come i confini di un ghetto, quando il presente fuori la finestra non ti piace e l’unico futuro offerto è inauspicato. Come si cresce a Tor Bella Monaca? <<Se puoi te ne vai>> ci risponde schietto Davide. Ma pochi possono e allora si sprofonda nello stesso scadimento a cui è abbandonato il tuo quartiere, finché un giorno, magari con la futile promessa di un nuovo paio di scarpe ti viene chiesto “un piccolo favore”. Ma <<lo spaccio non è una soluzione>>, lo spaccio ti ingabbia. Ma poi – ci spiega Davide – se sbirci fuori scopri che c’è altro, che <<ognuno di noi ha una parte vitale>> e allora <<il colore possiamo darglielo noi al grigio>>. 

 

E così, con l’antimafia sociale di cui ci parla Davide, con la caparbietà materna di Tor più bella, con la solidarietà di Nonna Roma edil supporto di Villa Maraini, Torbella svela i suoi colori. 

 

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