Gino Bartali

Personaggi Sport

di Marta D.T.

“Il bene si fa, ma non si dice. E certe medaglie si appendono all’anima e non alla giacca “. (Gino Bartali)

 Gino Bartali fu uno dei più forti ciclisti della storia. Nacque il 18 luglio 1914 a Ponte a Ema (Firenze). Salì in sella alla bici, per la prima volta, a tredici anni e iniziò a correre insieme a suo fratello. Il suo esordio arrivò nel1935, quando si iscrisse, senza squadra, alla Milano-Sanremo. Nel 1936 salì sul podio del Giro d’Italia, che riuscì a conquistare per altre due volte, nel 1937 e nel 1946. Grazie al suo talento, Bartali riuscì ad ottenute due vittorie, nel 1938 e nel1948, al Tour de France, che lo incoronarono re delle piste e lo proiettarono nell’immaginario italiano come simbolo eroico. Sfortunatamente, la seconda guerra mondiale lo bloccò all’apice della sua carriera sportiva; ma, per quanto suoni strano, fu proprio quello il momento in cui egli si trovò ad affrontare la gara più importante della sua vita. Bartali non fu entusiasta dell’ascesa del Partito Fascista in Italia. Rifiutò, infatti, di dedicare a Mussolini la sua vittoria al Tour del 1938, nonostante l’insistenza dei fascisti. Scelse, invece, di oltraggiare la figura del duce, portando i fiori, destinati al vincitore del Tour, in una chiesa. Aveva tutto da perdere, ma non esitò neanche un secondo alla richiesta del cardinale Elia Angelo Dalla Costa, arcivescovo di Firenze dal 1931 al 1961, di far parte dell’organizzazione clandestina DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) nel 1943 e, fra il settembre di quell’anno e il giugno 1944, compì la sua missione umanitaria. Partendo dalla stazione di Terontola–Cortona e giungendo a volte fino ad Assisi, realizzò svariati giri in sella alla sua bicicletta trasportando documenti e fototessere all’interno dei tubi del telaio e del manubrio. In questo modo, una stamperia segreta poté falsificare i documenti necessari alla fuga di ebrei rifugiati. Fingendo di allenarsi, diventò un corriere, con l’arduo scopo di salvare numerose vite. In alcune occasioni venne fermato dalle guardie fasciste, ma chiese ai soldati di non toccare la sua bicicletta perché era stata “creata per raggiungere la massima velocità possibile”. Ma questo, per Bartali, non era abbastanza. Si racconta che una volta si presentò sulle Alpi con un rimorchio attaccato alla sua bicicletta, sostenendo che servisse per aggiungere un po’ di peso. In realtà conteneva un vano nascosto, all’interno del quale vi erano persone che Bartali stava trasportando attraverso controlli di frontiera. Inoltre, nascose una famiglia ebrea, i Goldenberg, nella sua cantina, nonostante i tedeschi stessero uccidendo chiunque nascondesse ebrei. nNonostante ciò, il suo indomito coraggio e la sua profonda fede lo resero salvatore di circa 800 persone, così come dichiarato dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi nel 2005 durante il conferimento postumo della medaglia d’oro al merito civile. Negli anni successivi sarebbero poi giunti riconoscimenti ancor più importanti: il 2 ottobre 2011 fu infatti inserito tra i “Giusti dell’Olocausto” nel Giardino dei Giusti del Mondo di Padova, mentre il 23 settembre 2013 venne dichiarato “Giusto tra le Nazioni”dallo YadVashem, l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah. Quest’ultima onorificenza venne conferita a molti altri cittadini non ebrei, grazie al cui impegno durante la Shoah fu salvata la vita ad almeno un cittadino ebreo. Il nome di Gino Bartali, assieme a quello di questi altri eroi, verrà eternamente ricordato da una stele sul monte Herzl nei pressi di Gerusalemme.
Infine, il 2 maggio 2018, ricevette la nomina a cittadino onorario di Israele. Bartali esitò sempre a raccontare questa storia, anche a suo figlio Andrea, e quando glielo rivelò gli ordinò prontamente di non condividerlo con altre persone. “Quando chiesi a mio padre perché non potevo parlarne con nessuno, mi disse: “Devi fare del bene, ma non devi parlarne. Se ne parli, stai approfittando delle disgrazie altrui per il tuo guadagno” ha ricordato Andrea in un’intervista per The Guardian. E quando Andrea fece notare a suo padre che le sue azioni erano indubbiamente eroiche, lui rispose:

“No, no – voglio essere ricordato per i miei risultati sportivi. I veri eroi sono altri, quelli che hanno sofferto nella loro anima, nel loro cuore, nel loro spirito, nella loro mente, per i loro cari. Questi sono i veri eroi. Io sono solo un ciclista.”

 BARTALI COME TITANO

Ho deciso di paragonare la figura di Gino Bartali a quella del titano, per via delle sue gesta eroiche nei confronti di numerosi ebrei. Il titano è colui che non combatte solo per se stesso, ma combatte in nome della libertà comune. Bartali rischiò la propria vita per salvare quella altrui. Egli lottò contro il regime fascista, il quale uccise tutti coloro che contribuirono a salvare gli ebrei. Come un titano, egli lottò per opporsi alle forme di autorità e al potere oppressivo che incombeva sugli uomini al tempo. Il titano, il quale non dimostra essere arrogante e presuntuoso, lotta, non per ottenere una vittoria, ma con la consapevolezza che sarà sconfitto, caratteristica grazie alla quale tale azione apparirà più eroica. Bartali si trovò ad affrontare una gara diversa dal Giro d’Italia o dal Tour de France,nella quale gli avversari non erano semplici ciclisti, ma soldati fascisti. Fu una gara dove, per la prima volta, avrebbe perso, perché si trovò ad affrontare nemici più forti di lui, che avevano lo scopo di uccidere e di annientare, contrariamente a Bartali che voleva solamente aiutare. Egli ne uscì comunque vincitore, poiché, grazie ai suoi gesti eroici, riuscì a salvare numerose persone in difficoltà. Egli ottenne una medaglia diversa dalle altre, una medaglia da appendere all’anima. Bartali mostrò di essere un campione in gara come nella vita, che con animo generoso, la rese ancora più eroica. Si venne a conoscenza delle sue imprese molti anni dopo la fine della guerra, poiché il suo unico scopo era quello di fare del bene alle persone che, in quel momento, ne avevano bisogno, senza bisogno raccontarlo. Bartali non verrà ricordato solamente per il suo talento da ciclista, ma per essere stato un eroe: un titano.